— In cucina ho sentito per caso la sorella di mio marito chiamarmi “un vuoto”. Ma una sola domanda, fatta in risposta, l’ha fatta scoppiare in lacrime.
Anna sistemò con delicatezza la coperta, rimboccandola attorno a Lukas. Suo figlio aveva otto anni, ma amava ancora quando la mamma si sedeva accanto a lui prima di dormire — per parlare un po’ o semplicemente restare in silenzio, finché la giornata non si scioglieva del tutto nella quiete.
Nella cameretta brillava una luce soffusa: una lampada notturna a forma di astronave, regalo di Daniel per il compleanno.
— Mamma, domani Daniel viene? — chiese Lukas assonnato, senza aprire gli occhi.
— Certo che viene. Ha promesso di aiutarti con il progetto.
— Mmh… ma è vero che se ne intende di carri armati?
— Daniel legge molto. Gliene ha parlato suo nonno.
Il bambino accennò un sorriso quasi impercettibile e chiuse gli occhi.
*
Daniel — marito di Anna da cinque anni — era diventato per Lukas un vero padre. Lo aiutava pazientemente con i compiti, lo portava agli allenamenti, partecipava alle recite scolastiche. Non aveva mai diviso i bambini in “suoi” e “altri”.
Il vero padre del bambino era scomparso quando Lukas aveva tre anni. Aveva semplicemente fatto le valigie ed era andato via — con un’altra donna, senza figlio e senza responsabilità.
Anna aveva impiegato molto tempo a riprendersi dopo quella separazione. Lavorava in due posti, affittava un piccolo appartamento. Lukas cresceva silenzioso, chiuso in sé stesso, troppo maturo per la sua età.
Poi era arrivato Daniel.
Si erano conosciuti per caso — in una clinica. Lukas era malato, Anna aspettava con lui, e Daniel l’aveva aiutata a reggere la borsa quando stava per far cadere il numero. Poi una conversazione, un sorriso, la proposta di accompagnarla a casa…
All’inizio solo una conoscenza, poi la fiducia. Anna non aveva fretta di innamorarsi, aveva già sofferto troppo. Ma Daniel si era dimostrato paziente. Poco a poco, accanto a lui, aveva di nuovo sentito calore e protezione, come se la vita le restituisse con cautela il diritto di respirare liberamente.
Dopo un anno si erano sposati — in modo semplice, senza cerimonia. Solo loro tre e i testimoni. Clara, la sorella di Daniel, non era venuta. Aveva detto di essere malata, ma Anna lo sapeva: la cognata era contraria alla loro unione.
Pensava che il fratello stesse commettendo un errore sposando una donna con un figlio.
Per cinque anni avevano vissuto, apparentemente, felici. Ma restava un dolore: non avevano figli in comune.
*
Non per mancanza di desiderio. Fin dall’inizio sognavano un bambino. Ma gli anni passavano e la speranza si affievoliva.
I medici dicevano che andava tutto bene, che non c’era una causa. Ma il risultato era sempre lo stesso. Ogni mattina, un test e una sola linea diventavano una tortura. Daniel non la rimproverava, la sosteneva, ma nei suoi occhi compariva sempre più spesso una tristezza che cercava di nascondere.
Clara, invece, non nascondeva il suo fastidio.
Veniva di rado, ma ogni visita era una prova di nervi. Le sue frasi sembravano quasi innocenti:
«Allora, quando finalmente farete un figlio?»
«A Lukas farebbe bene un fratellino».
A volte — apertamente offensive: «Forse prendi qualcosa apposta?»
Anna cercava di non reagire. Credeva che col tempo i rapporti si sarebbero sistemati.
Invano.
Quella sera, dopo aver messo a letto Lukas, uscì dalla stanza e sentì delle voci in cucina. Clara era passata “solo un attimo”. Anna stava per avvicinarsi, ma si fermò vicino alla porta, riconoscendo quel tono condiscendente.
— Daniel, non sono venuta senza motivo. È ora di parlare seriamente.
*
— Di cosa? — chiese lui con voce stanca.
— Della tua vita. Di quello che stai facendo di te stesso.
— Clara, ricominci…
— No, stavolta finisco. Da cinque anni vivi con lei. E cosa hai? Niente.
— Come niente? Siamo una famiglia.
— Che famiglia? — sogghignò Clara. — Una vera famiglia è quando ci sono dei figli. E tu cosa hai? Il figlio di un altro e una moglie che non è stata capace di darti una discendenza.
Anna sentì tutto stringersi dentro.
— Non è colpa sua… — iniziò Daniel.
— Ma dai! — lo interruppe la sorella. — Cinque anni, Daniel! Una donna normale in cinque anni ne avrebbe già avuti tre. E la tua — nemmeno uno. Né una gravidanza, né niente. Come se il corpo fosse contrario.
Anna si appoggiò al muro. Clara stava dicendo ad alta voce i suoi pensieri più terribili.
— Clara, non dire così.
— E come dovrei dire? Dico la verità! Chi è lei per te? Tua moglie? Che moglie, se non è capace di creare una famiglia? Vivi con una donna con cui non hai nemmeno un figlio in comune!
Calò il silenzio. Solo il tintinnio di un cucchiaino contro una tazza.
*
— Hai ventisette anni, — continuò Clara. — Sei giovane, ambizioso, con un futuro. Qualsiasi donna sarebbe felice di darti un figlio. E tu sprechi la vita con una donna con un passato e il figlio di un altro.
— Non parlare di lei in questo modo.
— E come allora? Vive alle tue spalle, e le va bene così! L’appartamento è tuo, tutto è tuo. Lei si limita a usufruirne. Credi che non lo capisca? Non fa apposta nulla per restare incinta.
— Clara, basta.
— No, non basta! — la voce della cognata si fece dura. — Voglio che finalmente apra gli occhi! Ci sono ragazze normali — senza figli, senza problemi. Per esempio Sophie della banca: carina, gentile, sogna una famiglia. E tu continui con questa…
— Questa è mia moglie, — disse Daniel a bassa voce.
— Sulla carta, forse. Ma nella realtà? Cosa ti ha dato? Né figli, né continuità. Solo il figlio di un altro e preoccupazioni senza fine. Lei è un vuoto.
Quelle parole fecero più male di tutte.
Anna strinse i pugni fino a sbiancare le nocche. “Un vuoto” — così la vedeva Clara. Una donna che si impegnava, che amava, che credeva.
— Daniel, ti dico tutto questo perché ti voglio bene, — aggiunse la sorella con tono più dolce. — Voglio che tu sia felice. Che tu abbia una vera famiglia. Non questa farsa.
Silenzio.
Solo il ticchettio dell’orologio e la pioggia dietro la finestra.
*
— Lei nemmeno si cura, — continuò Clara. — Non va dai medici, non cerca soluzioni. Le è semplicemente comodo vivere così. Sa di avere tutto, tranquillità, senza problemi inutili.
Anna serrò i denti. Aveva fatto decine di esami, iniezioni, cure. Clara non lo sapeva — o non voleva saperlo.
E in quel momento Anna capì: se ora avesse taciuto, sarebbe rimasta per sempre, ai loro occhi, “un vuoto”.
Fece un respiro profondo… e aprì la porta.
Anna espirò lentamente e fece un passo avanti. Il cuore batteva sordo, come se non fosse nel petto ma da qualche parte in gola. L’umiliazione era scomparsa. Al suo posto si era fatta strada una lucida freddezza.
Daniel e Clara si voltarono nello stesso istante. Clara trasalì — non si aspettava di essere stata ascoltata. Daniel impallidì.
— Anna… — iniziò.
— Non ora, — disse lei con calma, alzando la mano.
Clara cercò di mantenere il suo solito sorriso condiscendente.
— Beh… allora niente finzione.
Anna la guardò attentamente, quasi con serenità.
— Dimmi, Clara, — disse lentamente — tu sei felice?
La domanda rimase sospesa nell’aria.
— Cosa?.. — balbettò l’altra.
*
— Sei felice? Hai una famiglia, amore, la sensazione di avere una casa?
— Non c’entra…
— C’entra, — Anna fece un passo avanti. — Parli con tanta sicurezza della “vera famiglia”. Quindi tu ce l’hai?
Clara serrò le labbra.
— Non devo giustificarmi con te.
— E allora perché io dovrei giustificarmi con te? — chiese piano Anna. — Davanti a una donna che non ha vissuto la mia vita e non ha portato il mio dolore.
Daniel guardava la moglie senza distogliere lo sguardo.
— Hai detto che io sono un vuoto, — continuò Anna. — Ma è un vuoto una donna che ha cresciuto un figlio da sola, non si è spezzata e sa ancora amare?
Clara distolse lo sguardo.
— O è un vuoto chi entra nella casa degli altri per distruggere ciò che non è stata capace di costruire?
La voce di Anna era ferma. Ed era proprio questo a far tremare Clara.
— Io… volevo solo fare il suo bene… — sussurrò.
— No, — rispose Anna con calma. — Volevi controllare. E avere ragione.
*
Clara si coprì il volto con le mani. Le lacrime scoppiarono all’improvviso, scomposte, incontrollabili.
— Avevo solo paura per lui…
— Anch’io ho paura, — disse Anna. — Ma io sono qui. Tu no.
Clara prese la borsa in silenzio e uscì senza alzare gli occhi.
La porta si chiuse.
Anna sentì la stanchezza — ma senza dolore.
Daniel si avvicinò e le prese delicatamente la mano.
— Scusami. Avrei dovuto fermarla prima.
— L’importante è che tu abbia scelto adesso, — rispose Anna.
— Non sei un vuoto, — disse lui a bassa voce. — Sei la mia casa.
Nella cameretta la lampada notturna brillava di nuovo, tranquilla. Lukas dormiva sereno.
E Anna capì: qualunque cosa sarebbe accaduta dopo, la sua vita non sarebbe mai più appartenuta alle parole degli altri.