— L’appartamento lo intestiamo A ENTRAMBI, perché così com’è NON È GIUSTO — tuo marito vive qui senza alcun diritto, sogghignò la suocera, aggiustandosi lentamente i grossi anelli alle dita, come se stesse già provando qualcosa che non le apparteneva.
Anna Müller sentì qualcosa stringersi dolorosamente dentro di sé.
Amava la sua casa. No — non la amava soltanto. A quel bilocale si aggrappava come all’aria che respirava: senza di esso la vita perdeva stabilità e senso. Un mutuo, due lavori, lavoretti serali, fine settimana rari, una stanchezza che si era infilata nelle ossa. E poi, finalmente, l’iscrizione tanto attesa al registro immobiliare:
«Proprietaria: Anna Müller».
Nero su bianco. Senza alcun “bene in comunione”.
*
— Ogni piastrella del bagno sono le mie lacrime, scherzava Anna mostrando l’appartamento alle amiche.
E non era una metafora. Piangeva sugli autobus affollati contando le monetine; piangeva per lo sfinimento dopo i turni di notte. Ma ora la sua casa profumava di libertà.
Proprio lì viveva ormai Daniel.
Prima una camicia “per domani”. Poi lo spazzolino. E dopo sei mesi, semplicemente, era rimasto.
— Da te è più comodo — aveva detto allora. — E l’ufficio è più vicino.
Anna aveva sospirato. Lo amava.
Daniel era un programmatore. Sapeva parlare bene del futuro, portava il caffè a letto, parlava del matrimonio come di qualcosa di naturale.
Poi era comparsa Helena.
Curata, fredda, manicure impeccabile.
— Chiamami pure Helena, aveva detto.
E subito dopo aveva aggiunto:
— Ma con rispetto.
*
Con le visite settimanali arrivarono anche le osservazioni:
— Il divano è troppo scuro.
— La cucina è piccola, ma poi la allargherete.
— Daniel ama il borsch con la carne di manzo.
Anna sopportava.
Fino a quella sera.
Helena era seduta nella sua cucina, mentre versava il tè.
— Daniel e io abbiamo riflettuto, disse. È ora di intestare l’appartamento a entrambi.
— Prego? Anna non capì subito.
— La famiglia è condivisione. E così è imbarazzante: il marito vive senza diritti.
— Questo appartamento è mio. L’ho comprato prima di conoscere Daniel.
— E allora? — Helena scrollò le spalle. — E se ci fosse un divorzio? Non vorrai mica buttare mio figlio per strada.
*
In quel momento Daniel uscì dalla stanza.
— Anna, non cominciare. Mamma ha ragione.
Anna andò in bagno e rimase a lungo a guardarsi allo specchio.
Una settimana dopo — un centro commerciale.
Un bancone del caffè.
E una conversazione che non avrebbe mai dovuto sentire.
— L’importante è che per ora non sospetti nulla, disse Daniel.
— Dopo il matrimonio farà il passaggio di proprietà, rispose Helena. Almeno per metà.
Anna rimase immobile, senza respirare.
La sera chiese:
— Se non intesto l’appartamento, mi sposerai lo stesso?
— Certo — sorrise. — È solo che… così sarebbe più giusto.
— E al centro commerciale avevo sentito male anche lì?
*
Sbiancò.
— Tu… hai sentito?
— Tutto.
Silenzio.
— E adesso? — mormorò.
Anna si alzò lentamente. Lo guardò — e capì con chiarezza che in quel momento non si stava decidendo il loro futuro, ma la sua vita.
— Adesso… — disse.
E in quell’istante scattò la serratura della porta.
Anna chiuse piano la porta della camera da letto alle sue spalle. Non per pietà — per rispetto verso se stessa. Dentro non c’era dolore. C’era chiarezza.
Daniel era seduto in cucina, fissando una tazza di caffè ormai freddo.
— Sei seria? — chiese quando lei uscì con la borsa. — Distruggi tutto per questo?
*
— No — rispose Anna con calma. — Grazie a questo ho capito tutto.
— Mamma è solo preoccupata.
— Per te o per il mio appartamento?
Tacque.
— Ti do tempo per fare le valigie. Fino a stasera — disse lei. — Non cambierò le serrature. Mi sono fidata di te.
— Mi stai cacciando?
— No. Sto riprendendo la mia casa.
Uscì.
Seduta in un piccolo caffè, il telefono vibrò.
Helena.
— Anna, c’è stato un malinteso.
— No. È tutto chiaro.
— Volevamo fare il tuo bene.
*
— Di chi?
— Della famiglia.
— Una famiglia è rispetto dei confini. Non progetti sui beni altrui.
— Sei ingrata! — sbottò Helena.
— Io volevo essere amata, non “intestata”.
Anna riattaccò.
La sera, nell’ingresso c’erano delle borse.
— Ho preso tutto — disse Daniel. — Non cambierai idea?
Anna lo guardò e, per la prima volta, non provò nulla.
— No. E sono contenta di aver sentito quella conversazione. Meglio ora che più tardi — davanti ai tribunali.
— Te ne pentirai.
Anna chiuse la porta.
— No — disse nel silenzio. — Mi sono salvata.
*
Un mese dopo cambiò le serrature.
Dopo due mesi ridipinse la cucina.
Comprò un divano nuovo. Il suo.
— Non hai avuto paura? — chiese un’amica.
Anna sorrise.
— Avevo paura di restare e di svegliarmi un giorno in un appartamento che non sarebbe più stato mio. In nessun senso.
Era la sua casa.
La sua scelta.
La sua vita.
E ormai nessuno aveva più diritti su di lei.