Mia moglie ha presentato dei documenti alle mie spalle al municipio: voleva registrare di nascosto sua madre, suo padre, suo fratello e sua sorella nel MIO appartamento — e poi addirittura venderlo
Marcus trattava il suo appartamento con lo stesso rispetto e la stessa devozione con cui altri trattano i figli. Figli non ne aveva, e per questo quell’appartamento era diventato il suo senso, il suo rifugio e il suo orgoglio.
Un bilocale al quarto piano di un edificio ben tenuto — acquistato prima del matrimonio, conquistato con un mutuo e anni di sacrifici — per lui era una vera fortezza. Pareti bianche, ordine, silenzio: tutto lì dentro era stato fatto con le sue mani, il suo tempo e i suoi nervi.
*
All’inizio Clara era felice che suo marito avesse una casa di proprietà. Ma molto presto divenne chiaro: non vedeva quell’appartamento come il risultato degli sforzi di Marcus, bensì come una risorsa di cui si poteva disporre.
Se si fosse limitata a spostare i mobili o a cambiare le tende, lui avrebbe taciuto. Ma insieme a questo cominciarono ad arrivare i suoi parenti.
Prima la madre — «per qualche giorno».
Poi il padre — «temporaneamente».
Poi il fratello — «finché non sistemo il lavoro».
E infine la sorella — «per l’università».
— Marcus, è pur sempre famiglia — diceva ogni volta Clara.
Lui lo capiva. Ma sapeva una cosa: l’appartamento era suo.
Un giorno, tornando a casa, Marcus trovò in cucina una vera e propria riunione di famiglia.
La suocera si comportava da padrona a tavola, il padre rideva rumorosamente, il fratello sporcava il pavimento, la sorella rovistava nel frigorifero.
Clara sorrideva, come se tutto fosse perfettamente normale.
— Ho l’impressione di essere tornato non a casa mia, ma in un dormitorio universitario — disse Marcus con calma.
*
— Non cominciare — lo liquidò Clara con un gesto. — È solo per un po’.
— «Un po’» quanto? — chiese lui.
— Non dividere tutto in «tuo» e «nostro» — intervenne la suocera. — Siete una famiglia.
La parola «nostro» gli fece male.
La mattina seguente Marcus trovò una busta nella cassetta della posta.
Dentro c’erano delle copie di documenti.
Una richiesta di registrazione dei suoi parenti nel suo appartamento. E una richiesta preliminare per la vendita dell’immobile.
Senza la sua firma.
Le mani gli tremarono.
In cucina la suocera beveva il caffè.
— Avevate intenzione di registrarvi nel mio appartamento? — chiese Marcus.
— E allora? — scrollò le spalle lei. — Siamo una famiglia.
In quel momento entrò Clara. Vide i documenti — e si immobilizzò.
— Ti rendi conto di quello che hai fatto? — chiese lui a bassa voce.
*
— Marcus, non esagerare… — iniziò lei. — È una cosa temporanea. Vendiamo l’appartamento, ne compriamo uno più grande. Staranno tutti meglio.
— Tutti? — ripeté lui. — Hai deciso di vendere il mio appartamento alle mie spalle?
— Pensavo che avresti accettato…
Marcus fece una breve risata. Amara.
— Una moglie normale prima chiede — disse. — Non vende.
— Tanto dovrete comunque vivere insieme — borbottò suo padre.
Marcus guardò tutti.
— No — disse con calma. — Non vivrete qui.
Gettò i documenti sul tavolo e aggiunse, senza nascondere la rabbia:
— Se solo un’altra volta mettete mano ai miei documenti, ve ne andrete tutti.
— Sei impazzito?! — urlò la suocera. — Siamo una famiglia!
Marcus alzò lentamente lo sguardo verso Clara.
— Una famiglia non tradisce — disse. — E non vende alle spalle.
La sera Clara gli si avvicinò vicino alla porta.
— Marcus… ascoltami. È solo una formalità…
Si fermò senza voltarsi.
*
— Una formalità? — ripeté piano. — Volevi vendere il mio appartamento, registrare qui quattro persone e mettermi davanti al fatto compiuto.
Fece una pausa.
— Domani parleremo. Davvero.
E per la prima volta nella sua vita chiuse a chiave la porta della camera da letto.
Quella notte Marcus dormì a malapena. Dietro la porta sussurravano, litigavano, ridevano — come se lui non esistesse più.
Al mattino si alzò prima di tutti e raccolse tutti i documenti. Senza isteria. Senza parole.
Andò da un avvocato. Poi da un notaio. Poi all’amministrazione.
La sera tornò nell’appartamento e si fermò al centro della stanza.
— Dobbiamo parlare — disse.
— Finalmente — sbuffò la suocera.
— Io non discuto — la interruppe. — Informo.
Posò i documenti sul tavolo.
— Non ci sarà nessuna registrazione. L’ufficio è stato informato.
— L’appartamento non è in vendita.
— Avete tre giorni per andarvene.
— Non ne hai il diritto! — esplose la suocera.
— Ce l’ho — rispose Marcus con calma.
*
Clara impallidì.
— Stai buttando fuori la mia famiglia?
— No — disse lui. — Sto riprendendo la mia vita.
— E io?.. — sussurrò lei.
Marcus la guardò a lungo.
— Hai già fatto la tua scelta. Senza di me.
Tre giorni dopo l’appartamento era vuoto.
Niente urla. Niente scandali. Solo valigie e porte che sbattevano.
Clara fu l’ultima ad andarsene.
Marcus rimase solo. Fece un giro per le stanze. Aprì la finestra. Per la prima volta dopo tanto tempo respirò profondamente.
Una casa non è un luogo dove ti sfruttano.
Una casa è un luogo dove ti rispettano.
E ora quella casa era di nuovo sua.