— «A quanto pare, tua moglie non sa proprio come trattare gli ospiti. Dovresti educarla meglio», sbottò il fratello del marito.

Anna era ferma davanti al frigorifero e fissava il calendario come se fosse il suo nemico personale. Venerdì. Il cuore le si strinse in modo sgradevole. Questo significava che il giorno dopo sarebbero arrivati. Come sempre. Una volta ogni due mesi. Non una visita — una vera calamità. Già li vedeva: Luca, sua moglie Chiara e i loro due figli che avrebbero di nuovo invaso il loro bilocale, riempiendo ogni angolo, l’aria e la sua pazienza.

— Amore, non ti sei dimenticata che domani arriva Luca? — la voce di Marco arrivò dal soggiorno, dove guardava tranquillamente il telegiornale.

Dimenticata. Certo. Cose del genere si dimenticano solo negli incubi.

— Me lo ricordo, rispose secca Anna, tirando fuori la carne dal frigorifero. Bisognava prepararsi all’assedio.

*

Luca era più grande di Marco di cinque anni e considerava questo un diritto a vita per impartire lezioni al fratello minore. Da quando aveva aperto una piccola impresa edile in provincia, la sua autostima era schizzata alle stelle. Tre escavatori, una squadra di otto operai — e una corona invisibile sulla testa. Anna sapeva benissimo che gli affari non andavano così bene come lui raccontava, ma Luca continuava ostinatamente a recitare la parte del grande imprenditore.

Marco, invece, lavorava come ingegnere in uno studio di progettazione. Progettava ponti, strade, svincoli. Aveva uno stipendio stabile ed era rispettato dai colleghi. Per Luca, però, quello era solo «vivacchiare in un ufficio» e «mancanza di ambizione».

Il giorno dopo, alle due in punto, suonò il campanello. Anna si guardò velocemente allo specchio: maglietta di casa, jeans, capelli raccolti in modo disordinato. Perfetto. Meno accogliente appariva, meglio era.

— Anna! Finalmente! — Luca irruppe nell’ingresso come una tempesta. Dietro di lui Chiara e i bambini, Matteo e Sofia. — Allora, come ve la cavate qui?

— Buongiorno, rispose Anna con un sorriso forzato.

Luca esaminò subito l’ingresso con aria critica:

— Sempre lo stesso arredamento. Te l’ho detto mille volte, dovreste rinnovare. La carta da parati è ormai rovinata.

Chiara intanto girava per casa:

— Anna, non avete ancora cambiato il divano? Sembra un po’… stanco.

I bambini accesero la televisione e iniziarono a frugare nel frigorifero.

— Lasciali fare, disse Luca con un gesto della mano. — Siamo in famiglia.

*

Anna serrò le labbra. La famiglia. Quella in cui lei si sentiva solo una domestica.

Alle sei la tavola era apparecchiata. Zuppa, insalata e uno spezzatino che aveva sobbollito per tre ore.

— Accidenti! Hai cucinato tutto il giorno? — ironizzò Luca.

— Quasi, rispose Anna seccamente.

— Non ce n’era bisogno. Noi non siamo schizzinosi.

Assaggiò lo spezzatino, masticò a lungo e fece una smorfia:

— La carne è dura.

— È buonissima, intervenne Marco.

— Tu non capisci niente. Chiara, a casa nostra… lei lo fa benissimo. E questo… — punzecchiò il piatto con la forchetta. — Anna, porta qualcos’altro. Questo è immangiabile.

— Non c’è un altro piatto caldo, rispose lei con calma.

— Come sarebbe a dire? E se agli ospiti non piace?

— Allora mangeranno l’insalata.

Luca si appoggiò allo schienale della sedia:

— Marco, hai sentito? Tua moglie non sa proprio come accogliere gli ospiti. Dovresti rimetterla in riga.

*

Anna si alzò lentamente. Prese il suo piatto, si avvicinò a Luca — e gli rovesciò lo spezzatino direttamente sulle ginocchia.

— Ma sei impazzita?! — urlò lui.

— Adesso ascoltatemi bene, disse Anna con voce sorprendentemente calma. — O ve ne andate subito, oppure la prossima cosa che prendo è la pentola.

— Come ti permetti?! Questa non è casa tua!

— E non è nemmeno la tua, rispose Anna stringendo uno strofinaccio. — Fuori. Subito.

Luca fece un passo indietro e gridò:

— Marco! Starai davvero zitto?!

*

Il silenzio nella stanza divenne pesante. Perfino i bambini rimasero immobili. Marco si alzò lentamente da tavola. Per la prima volta dopo anni, Anna non lo vide né esitante né colpevole — ma stanco. Profondamente. Definitivamente.

— Luca, disse con calma, ma ogni parola colpiva nel segno. — Adesso prendi la tua famiglia e te ne vai.

— Cosa?! — Luca si raddrizzò, dimenticandosi perfino delle macchie sui pantaloni. — Hai perso la testa? Mi ha buttato il cibo addosso!

— E tu lo fai con lei da tre anni, lo interruppe Marco. — Con le parole. Con il disprezzo. Con le umiliazioni. E io non farò più finta di niente.

Chiara strinse Sofia e sussurrò:

— Luca, andiamo… Non è normale.

— Stai zitta! — ringhiò lui, senza più la sicurezza di prima.

Anna era lì accanto e capì all’improvviso che non aveva più paura. Né delle sue urla. Né del suo ruolo. Né della sua presenza.

— Sei sempre entrato qui come se fossi il padrone, continuò Marco. — Hai criticato la mia casa, il mio lavoro, mia moglie. E io ho lasciato fare. Per debolezza. Per abitudine. Ma da oggi è finita.

— Scegli lei?! — Luca indicò Anna con un dito.

— Scelgo la mia famiglia, rispose Marco con calma. — Ed è lei.

Quelle parole suonarono come una serratura che si chiude.

Luca rimase immobile per qualche secondo, poi afferrò bruscamente la giacca.

*

— Ricordatelo, fratello. Te ne pentirai.

— No, disse piano Anna. — Sarai tu a pentirti di non aver mai imparato a rispettare i confini degli altri.

Chiara stava già trascinando i bambini verso la porta. Un attimo dopo, lo sbattere della porta mise fine a tutto.

Anna si lasciò cadere lentamente su una sedia. Le mani le tremavano.

— Perdonami, disse Marco. — Avrei dovuto farlo molto tempo fa.

— L’importante è che tu l’abbia fatto adesso, rispose lei.

Riordinarono la tavola in silenzio. Senza fretta. Senza tensione. Come persone che finalmente si sono liberate di un peso enorme.

A notte fonda, Anna guardò di nuovo il calendario. Per la prima volta dopo tre anni, le date non le facevano più paura.

I venerdì smisero di essere angoscianti.

E nella loro casa scese il silenzio — quello vero.