Mio marito ha pronunciato nel sonno il nome della mia migliore amica e ha sussurrato: «Ti amo». Ho deciso di controllare i loro messaggi e ho scoperto un segreto che nascondevano da cinque anni.

Nella camera da letto regnava quel silenzio particolare, denso, quasi palpabile, che esiste solo all’alba — quando la città ha già smesso di fare rumore, ma gli uccelli non hanno ancora iniziato il loro primo canto esitante. Ero sdraiata con gli occhi aperti, fissando il soffitto, ascoltando il respiro regolare di mio marito. Dentro di me cresceva un’ansia strana, inspiegabile — come se, da qualche parte nel profondo, una corda sottile si fosse tesa e avesse cominciato a vibrare, avvertendomi di un pericolo.

*

Mio marito, Giuliano, dormiva profondamente, con le braccia aperte. Nella luce fioca del lampione che filtrava attraverso le tende pesanti, il suo volto sembrava sereno, familiare, conosciuto fin nei minimi dettagli. Avevamo vissuto insieme cinque anni e avevo sempre creduto di conoscerlo completamente: ogni neo, ogni intonazione, ogni respiro.

All’improvviso il ritmo del suo respiro cambiò. Si mosse, stropicciò la coperta e, come se stesse continuando nel sonno una conversazione importante e emotivamente logorante, pronunciò chiaramente, con una tenerezza che mi tolse il fiato:

— Sofia… amore mio… non ce la faccio più… ti amo.

Il mio cuore saltò un battito, poi cominciò a battere così forte che mi sembrò potesse svegliare tutta la casa.

Sofia.
Sofia Rossi.
La mia migliore amica.

La persona con cui avevo condiviso il banco di scuola, un appartamento da studentesse e tutti i miei segreti più intimi. Sofia era stata la testimone al nostro matrimonio, la madrina di mio figlio, quella che mi consolava dopo le liti con Giuliano e che mi diceva sempre:
— Chiara, tienitelo stretto. È un uomo d’oro.

*

La mia mente cercò disperatamente una spiegazione razionale. Forse stava sognando il lavoro? A volte avevano contatti professionali — lei lo aiutava con alcuni documenti per la sua azienda. Forse era solo stanchezza. Un delirio.

Ma l’intonazione…
In quel «ti amo» c’era troppo dolore, troppa tenerezza repressa. Non si dice così per caso. Si dice solo alla donna senza la quale non si riesce più a vivere.

Il sonno svanì all’istante. Scivolai fuori dal letto con cautela e, con le gambe molli, andai in soggiorno. Tremavo. Brividi, senza alcun legame con la temperatura, mi attraversavano fino alle ossa. Mi sedetti sul divano, stringendomi le braccia attorno al corpo, e cominciai a ripercorrere mentalmente gli ultimi anni.

I loro sguardi lunghi durante le feste. Sofia che si trovava “per caso” lì proprio quando Giuliano tornava tardi.
— Ero in zona, lo accompagno io, diceva.
E io la ringraziavo.

Il mio sguardo cadde sul tavolino. Il telefono di mio marito era lì, come sempre. Non l’aveva mai nascosto. La password era semplice — la data del nostro matrimonio.

Allungai la mano, sapendo che non ci sarebbe stato ritorno.

Lo schermo si accese. La messaggistica si aprì subito. La chat con “Sofia 💙” non era né in cima né archiviata. L’ultimo messaggio era stato cancellato, ma tutto il resto era lì.

Scorrev o, e a ogni movimento del dito la vita che credevo reale si sgretolava.

Non era una relazione.
Era una seconda vita.

*

— «Sono stanco di fingere, Sofia. Quando potremo finalmente stare insieme?»
— «Non ancora, amore mio. Luca è troppo piccolo. Chiara non ce la farebbe da sola. Non possiamo distruggere la sua vita all’improvviso.»

Continuai a scorrere. Mesi. Anni. E infine — cinque anni prima. Il periodo dei preparativi per il nostro matrimonio.

— «Sei sicuro di volerla sposare?»
— «No. Amo solo te. Ma hai detto che ero necessario per lei. Che dovevo salvarla. La sposo per te.»
— «Sei il mio eroe. Che Chiara viva nella sua favola. Non reggerebbe la verità.»

Vomitai in bagno.
Il mio matrimonio era una messa in scena.
E io, una scenografia.

Il dolore si trasformò lentamente in una rabbia fredda, tagliente.

Feci degli screenshot. Rimisi il telefono al suo posto. Preparai il caffè. Dovevo aspettare il mattino.

Un’ora dopo Giuliano entrò in cucina.

— Buongiorno, amore…
Mi scostai.

— Dormito bene? — chiesi con calma. — Sofia non era nei tuoi sogni?

Impallidì. Aveva capito tutto.

— Chiara… di cosa parli? Quale Sofia?..

Lo guardavo e, per la prima volta, vedevo chiaramente: davanti a me non c’era un uomo.
C’era una menzogna.

*

Rimase lì, aspettando che fossi io a distogliere lo sguardo per prima. Che, come sempre, smussassi gli angoli. Ma non quel giorno.

— Vuoi che ripeta? — chiesi piano. — O finalmente dirai la verità?

Giuliano si sedette, come se le gambe non lo reggessero più.

— Hai capito male…

Posai il telefono davanti a lui.

— Allora spiega.

Guardò — e crollò.

— Non volevo farti soffrire…

— Hai costruito la tua vita su di me — dissi. — Su una bugia.

Cercò di prendermi la mano. La ritrassi.

— Dov’è lei? — chiesi.

— Da lei.

Annuii.

— Fai le valigie. Oggi.

— Luca…

— Luca crescerà e conoscerà la verità. Ma non vivrà in una casa dove sua madre è un oggetto di pietà.

Se ne andò con una valigia.
Io non piansi.

Un’ora dopo arrivò un messaggio.

Sofia:
Chiara, hai capito tutto male. Dobbiamo parlare.

Vieni, risposi.

Arrivò con un volto pieno di compassione e frasi imparate a memoria. Parlò a lungo. D’amore. Di circostanze difficili. Del fatto che aveva “sempre pensato a me”.

*

In silenzio, posai il telefono davanti a lei.

— Sono delle copie.

Impallidì.

— Perché?..

— Perché tu sappia: non sono più una vittima.

— Sei cambiata…

— No. Semplicemente non sono più vostra.

Se ne andò. Per sempre.

La sera misi a letto Luca. Mi abbracciò il collo e sussurrò:

— Mamma, sei con me?

— Sempre.

Un mese dopo arrivò il divorzio.
Un anno dopo — una nuova vita.

A volte ripenso a quella notte, al silenzio dell’alba e a quel nome estraneo.

Ora lo so:
a volte il tradimento non è la fine.
A volte è l’inizio.