«Mia suocera mi ha rovesciato addosso una zuppa bollente quando le ho detto che avevo forti dolori alla pancia e che dovevo andare in ospedale» — quel giorno non sapevo ancora che sarebbe diventato uno dei momenti più terribili della mia vita.
Ma proprio nell’istante in cui il dolore e la paura hanno raggiunto il limite, è successo qualcosa che non avrei mai immaginato .

Mi chiamo Francesca e, al settimo mese di gravidanza, sapevo ormai distinguere bene tra un semplice fastidio e una vera situazione di allarme. E quel giorno non era affatto normale.

Fin dal mattino era comparso un dolore sordo alla parte bassa della schiena. All’inizio lieve, quasi sopportabile, ma verso mezzogiorno era diventato più intenso. La sera facevo fatica persino a stare dritta. Mi sono appoggiata al piano della cucina, con una mano al lavello e l’altra sulla pancia.

— Sto male — dissi cercando di non andare nel panico. — Penso che dovrei andare in ospedale.

Mia suocera, Anna, non si voltò nemmeno dai fornelli.

— Non andrai da nessuna parte finché la cena non sarà pronta — rispose secca. — Smettila di inventare. Voi giovani siete tutte uguali. Appena tira un po’, fate subito una tragedia.

Un’altra fitta di dolore mi costrinse a piegarmi in avanti.

*

— Ti prego… — sussurrai. — C’è qualcosa che non va. Ho paura per il bambino. Voglio solo farmi controllare.

Anna si voltò di scatto.

— Sei stata seduta tutto il giorno mentre cucinavo io — disse irritata. — Il minimo che puoi fare è aiutare. La vostra generazione drammatizza sempre tutto.

Provai a fare un passo verso la porta.

— Non sto inventando niente — dissi sentendo le lacrime salire. — Ho davvero paura.

Quando allungai la mano verso la maniglia, mia suocera mi afferrò improvvisamente il braccio con forza, facendomi male.

— Non vai da nessuna parte — sibilò. — Non ci farai fare una figuraccia in ospedale per i tuoi capricci.

In quel momento il dolore colpì con ancora più violenza. La vista mi si annebbiò, le gambe mi cedettero.

— Andrò lo stesso — dissi, quasi senza riuscire a controllare la voce. — Devo andarci.

Poi tutto accadde troppo in fretta.

Anna perse il controllo. Afferrò la pentola dal fuoco — e la zuppa bollente volò dritta addosso a me.

Il liquido ustionante mi bagnò la pancia e il petto. Per un attimo non riuscii nemmeno a respirare. Poi arrivò il dolore — bruciante, insopportabile.

Urlai. Le gambe mi cedettero e caddi sul freddo pavimento della cucina, stringendo le mani sulla pancia.

Sdraiata a terra, pensavo a una cosa sola:
«Ti prego… fa’ che il bambino stia bene».

*

Urlai così forte da perdere la voce — ed è stato proprio su quel grido che la porta della cucina si è aperta.
Tra le lacrime e il dolore vidi il volto di mio marito, Luca.
E in quell’istante capii: ormai non si poteva più nascondere nulla.

Si fermò sulla soglia. Il suo sguardo scivolò lentamente per la cucina — la pentola rovesciata, la zuppa sul pavimento, gli schizzi sulle pareti. Poi vide me.

— Francesca… — sussurrò.

— Ha avuto una crisi isterica — disse Anna in fretta. — Volevo solo che aiutasse con la cena, e lei ha cominciato…

— Che cosa è successo qui? — la voce di Luca era bassa. Pericolosamente calma.

Si inginocchiò accanto a me e mi prese le mani con delicatezza.

— Guardami. Mi senti?

Annuii.

— Fa male… — sussurrai. — E la pancia… Luca, ho tanta paura.

Vide la pelle arrossata, le mie mani tremanti — poi si alzò lentamente.

— Le hai rovesciato addosso una zuppa bollente?

— Non volevo! — scoppiò Anna. — Mi ha portata all’esasperazione!

— Tu. Le. Hai. Rovesciato. Addosso. Una. Zuppa. Bollente. — disse scandendo le parole. — A mia moglie incinta.

In cucina calò un silenzio irreale.

*

Luca prese il telefono.

— Chiamo l’ambulanza.

— Sei impazzito?! — gridò Anna. — Vuoi fare uno scandalo?

— Questo non è uno scandalo — rispose lui con calma. — È un limite.

L’ambulanza arrivò in fretta. Mi visitarono, mi coprirono, mi fecero domande. Sentivo le parole «ustione» e «osservazione» e stringevo la mano di Luca.

In ospedale il medico disse l’unica cosa che contava davvero:

— Il bambino sta bene.

Scoppiai a piangere — di sollievo. Luca era seduto accanto a me.

— Perdonami — disse piano. — Ho chiuso gli occhi troppo a lungo. Non permetterò mai più che succeda.

Due giorni dopo tornammo a casa.
Ma non da lei.

Luca fece le valigie in silenzio. Più tardi presentò denuncia — con calma, senza esitazioni.

E per la prima volta dopo tanto tempo, non provai più paura,
ma sicurezza.

A volte l’amore non sono le parole.
A volte è qualcuno che si mette tra te e chi ti ha fatto del male.