Il giorno del mio matrimonio ha annunciato che sua sorella con i figli viveva già nella mia casa. Ho tolto il velo e ho messo un punto
Ho capito che la mia casa non era più mia nel momento esatto in cui il mio fidanzato lo ha detto al microfono — proprio durante il nostro matrimonio.
Maria Conti si alzò dal tavolo lentamente, come se avesse provato quel gesto davanti allo specchio. Sistemò il colletto, lisciò il tovagliolo e fece una pausa teatrale.
Andrea sedeva accanto — teso, pronto. E in quell’istante Chiara capì per la prima volta: erano pronti. Non per un brindisi. Per un annuncio.
— Cari invitati! — la voce della futura suocera suonò dolce e compiaciuta. — Andrea ed io abbiamo deciso di fare agli sposi un regalo davvero speciale!
Chiara strinse istintivamente il tovagliolo. Andrea posò la mano sulla sua — calda, leggermente umida — e la strinse. Non con affetto. Come un avvertimento.
— I giovani vivranno nel mio appartamento di tre stanze in centro città! È tutto pronto: ristrutturazione, mobili… perché complicarsi la vita?
La sala scoppiò in un applauso. Qualcuno annuì approvando. Maria Conti sorrideva, soddisfatta.
Chiara si alzò.
Andrea le afferrò il braccio, ma lei si liberò. Si avvicinò e sorrise — solo con le labbra.
— Grazie, Maria. È molto generoso. Ma non serve.
*
Cadde un silenzio pesante.
— Come sarebbe a dire “non serve”? — balbettò la suocera.
— Ho una casa mia. Me l’ha lasciata mio nonno. A trenta chilometri dalla città, vicino al fiume. È lì che io e Andrea vivremo.
Parlava con calma. Con sicurezza. Come di qualcosa già deciso.
Maria Conti impallidì. Andrea balzò in piedi e afferrò Chiara per il gomito — forte, dolorosamente.
— Stai zitta! — sibilò senza accorgersi che il microfono era acceso. — Ci vivono già Serena e Matteo con i loro tre figli! Lo avevamo deciso!
La musica si fermò. Nella sala calò il silenzio assoluto.
Chiara lo guardò lentamente.
— Hai dato le chiavi di casa mia a tua sorella?
Maria Conti si precipitò in avanti:
— Chiara, la famiglia va aiutata! Serena ha tre bambini! E tu hai una casa intera che resta vuota! A una donna sola tutto quello spazio non serve!
— Sola? — ripeté Chiara.
Tolse il velo. Lentamente. Con cura. Lo appoggiò sul tavolo.
— Mi sono sposata oggi. Ma è facile rimediare.
Andrea impallidì.
*
— Sei impazzita?! Sono già lì! Con tutte le loro cose! I bambini sono stanchi!
— Non mi importa.
Si voltò e si diresse verso l’uscita. I tacchi risuonavano troppo forte sul pavimento. Alle sue spalle qualcuno urlava, qualcuno discuteva — ma le parole non la raggiungevano più.
Uscì all’aria fredda e prese il telefono.
In quel momento non sapeva ancora che nella sua casa la luce era già accesa.
La luce alle finestre era calda, viva — diversa da quando Chiara viveva lì da sola.
Francesca arrivò venti minuti dopo. Vedendo Chiara in abito da sposa davanti al ristorante, annuì soltanto.
— Andiamo a casa. Subito.
Il cancello era aperto. Nel cortile c’erano giocattoli sparsi, e sul portico scatoloni con scritto a pennarello: “Cucina”.
La porta non era chiusa a chiave.
Nell’ingresso c’era un odore estraneo — giacche bagnate, crema per bambini, cibo. Sul pavimento stivali con coccinelle, accanto scarpe da uomo. Appesi, cappotti sconosciuti.
— C’è qualcuno? — gridò una voce dalla cucina.
*
Uscì una donna sui trent’anni, con una maglietta larga. Vedendo Chiara in abito da sposa, rimase immobile.
— Tu… che ci fai qui?
— Qui vivo io, — disse Chiara con calma. — Voi no.
— Andrea ha dato il permesso! Mamma ha detto di sì! Abbiamo dei bambini!
— Avete venti minuti.
— Sei fuori di testa?! Ci siamo appena sistemati! I bambini dormono!
Da una stanza uscì un uomo robusto, scalzo.
— Dai, smettila, — sbuffò. — Siete una famiglia. Vi chiarirete.
Chiara lo guardò come si guarda uno sconosciuto in casa propria.
— Non c’è più nessuna famiglia.
Francesca stava già componendo un numero.
— Occupazione illegale di proprietà privata.
Ci furono urla, pianti di bambini, borse e scatoloni trascinati sul pavimento. Tutto era rumoroso e brutto.
*
Dopo quaranta minuti l’auto carica di scatole se ne andò.
Chiara chiuse il cancello a chiave.
La casa era in disordine, ma vuota.
Pulì fino a notte fonda, lavò i pavimenti, cambiò le lenzuola. All’alba la casa profumava di nuovo di legno e pulito.
Il giorno dopo cambiò le serrature.
Andrea chiamava. Scriveva. Minacciava. Supplicava.
Lei non rispondeva.
Maria Conti arrivò qualche giorno dopo. Rimase davanti al cancello parlando di famiglia e ingratitudine.
Chiara la guardava dalla finestra senza uscire.
Una settimana dopo presentò i documenti per il divorzio.
Poche ore di matrimonio — e nessun “per sempre”.
La sera Chiara sedeva sul portico con una tazza di tè, guardando spegnersi le luci alle finestre.
La casa era silenziosa.
La casa era sua.
Da ora in poi — solo alle sue condizioni.