«Hai portato in casa questa miserabile?!» — urlava la madre, fuori di sé dalla rabbia. Ma non avrebbe mai immaginato che proprio quella “ragazza raccattata” avrebbe cambiato la loro vita per sempre…

— Mark… — Elisa stringeva il telefono come se fosse l’ultima ancora che la teneva aggrappata alla realtà. — E se… e se a loro non piacessi affatto?

La sua voce tremò, vacillò come la fiamma di una candela nel vento, tradendo l’angoscia profonda che da giorni le tormentava l’anima. Era ferma a una fermata deserta, dove persino l’aria sembrava carica di un’attesa inquietante. Intorno, nessuno. Solo il vento umido d’autunno che faceva danzare fogli di giornale e li spingeva ai suoi piedi. L’autobus sarebbe arrivato da un momento all’altro per portarla in un mondo di lusso, rigidità e paura — in quel ristorante elegante, a quell’incontro da cui dipendeva troppo.

— Lo sai… vengo da un orfanotrofio, non ho niente…

*

Le parole uscirono quasi in un sussurro, come se le pronunciasse per la prima volta ad alta voce, come se solo ora comprendesse fino in fondo la sua vulnerabilità. E anche se aveva imparato a convivere con quella realtà, quel giorno pesava sul petto come una pietra.

— Elisa, che dici? — Mark rispose subito. La sua voce era calda e sicura, ma vi si avvertiva chiaramente una nota di preoccupazione, come se sentisse il suo turbamento a chilometri di distanza.
— Smettila di tormentarti! Sei la migliore, la più intelligente, la più bella! E poi — diventerai una programmatrice geniale!

— E questo che c’entra? — Elisa tirò su col naso, cercando di trattenere le lacrime che le salivano agli occhi.

— C’entra eccome: loro vedranno sicuramente che persona straordinaria sei! — continuò Mark con convinzione. — Mio padre è un tipo meraviglioso, ama scherzare, ti accoglierà subito. Gli piacciono le persone nuove, soprattutto quelle che contano per me. E mia madre… — tacque per un istante, e in quel silenzio passò qualcosa di prudente, quasi un avvertimento.
— Mia madre ha “carattere”, come dice lei. È un po’ severa, sì. Ma ti piacerà, vedrai. L’importante è essere te stessa. Sono quasi arrivato, ti aspetto dentro. Un bacio!

— Anche io… — sussurrò Elisa chiudendo la chiamata.

In quell’istante il telefono smise di essere solo un oggetto: divenne l’ultima fonte di calore che le impediva di sprofondare nell’abisso delle sue paure.

«Sii te stessa…» riecheggiò nella sua mente. Ma chi era davvero “se stessa”? Una ragazza cresciuta tra le mura di un istituto, dove ogni mattina iniziava con l’odore di disinfettante, dove i genitori erano sostituiti dagli educatori e la famiglia da altri bambini abbandonati. Era una bambina persa per il mondo, ma che aveva trovato se stessa altrove — nella forza, nella tenacia e nella capacità di difendere sé stessa e i più deboli.

*

Mark era come una luce accesa nella finestra di una casa lontana: caldo, affidabile, sicuro. La sua vita scorreva come un grande fiume di possibilità — con il sostegno della famiglia, con la certezza del domani. Avevano finito l’università insieme, entrambi futuri programmatori. E sebbene all’apparenza fossero molto diversi, c’era qualcosa di profondo che li univa, come se il destino li avesse fatti incontrare non per caso.

L’unico luogo in cui Elisa si sentiva davvero forte era la palestra di muay thai. Lì, tra colpi, dolore e sudore, tornava a essere se stessa. Le paure, il passato e i dubbi svanivano. Ogni pugno contro il sacco era un passo verso la libertà, verso quella volontà d’acciaio che aveva forgiato negli anni.

— Mi servirebbe proprio quella determinazione… — mormorò guardando la strada che sembrava non finire mai.

Le parole di Mark le tornarono alla mente: «Mia madre ha carattere». Perché suonavano come un avvertimento? Perché sentiva il petto stringersi, come prima di un temporale?

Elisa aveva paura di quell’incontro fino a tremare. Nelle ultime notti aveva dormito a malapena, immaginando decine di scenari, uno più cupo dell’altro. Cosa poteva offrire a quella famiglia? Niente cognome importante, niente soldi, niente conoscenze. Solo amore. Un amore puro, sincero, pronto a difendere la persona scelta a qualsiasi costo.

L’autobus si fermò con un sospiro pesante dei freni. Elisa scese, respirando l’aria che odorava di foglie bagnate e pioggia. Il ristorante era vicino. Per calmarsi e ritrovare equilibrio, decise di attraversare il viale alberato.

Non sapeva ancora che proprio lì la sua vita stava per cambiare bruscamente.

Appena Elisa entrò sotto le chiome dei castagni, udì voci maschili — dure, arroganti, minacciose.

Sotto un albero, tre uomini avevano circondato un piccolo anziano in un cappotto elegante. Uno di loro cercava di strappargli una borsa di pelle, mentre gli altri ridevano in modo sprezzante.

*

— Ehi, nonno, facciamola facile, o finirà male! — sibilò uno di loro.

A Elisa mancò il respiro. Il ristorante, Mark, sua madre — tutto svanì all’istante. Rimase solo quel senso di giustizia inciso in lei da anni di allenamento e l’istinto che non le permetteva di voltarsi dall’altra parte.

Lasciatelo stare! — la sua voce risuonò netta e ferma, come un colpo di gong.

I teppisti si voltarono, sorpresi che una ragazza così esile osasse intervenire.

— E a te che importa, piccoletta? — ghignò uno. — Vai dove stavi andando… chiaro?

— Chiaro… — Elisa espirò lentamente e fece un passo avanti.

Nel suo sguardo non c’erano né paura né esitazione — solo una determinazione fredda e concentrata, temprata da anni di allenamenti, cadute e dolore.

È l’ultima volta che lo ripeto, — disse piano. — Lasciatelo. Subito.

Si scambiarono uno sguardo. Uno di loro spinse l’anziano con più forza, facendolo barcollare.

— Ehi, eroina, non ficcare il naso dove non ti riguarda…

Non finì la frase.

*

Elisa si mosse fulminea. Un colpo di ginocchio preciso. L’uomo si piegò in due, ansimando. Il secondo si scagliò contro di lei — un colpo di gomito secco alla mascella. Si sentì un crack. Il terzo tentò di afferrarla da dietro, ma lei si liberò e colpì con un calcio breve e brutale. Cadde sulle foglie bagnate, imprecando.

Il silenzio tornò nel viale, rotto solo da respiri affannosi e gemiti.

— La polizia… — sussurrò l’anziano, stringendo la borsa con la mano tremante.

— Sto già chiamando, — rispose Elisa con calma, tirando fuori il telefono. — E non alzatevi. Fidatevi, è nel vostro interesse.

Le sirene arrivarono rapidamente. Gli aggressori furono portati via, l’anziano fatto sedere su una panchina.

— Grazie… — disse guardandola attentamente, come se cercasse di vedere oltre il suo volto. — Senza di lei…

— L’importante è che stia bene, — rispose dolcemente Elisa.

Dopo una pausa, sorrise — stanco, ma caldo.

— Sa… oggi mio nipote presenta la sua ragazza alla famiglia. Ero in ritardo per il ristorante… volevo fargli una sorpresa.

Elisa trasalì.

— Suo nipote… come si chiama?

— Mark, — rispose semplicemente.

Il mondo vacillò per un istante.

 *

Nel ristorante l’atmosfera era tesa.

— Pensi davvero che sia una scelta adatta? — Katarina guardava il figlio con freddezza. — Senza famiglia, senza passato…

La porta si aprì.

— Credo che tu debba vedere questo, — disse il nonno entrando con Elisa.

— Mi hanno aggredito, — disse con calma. — E questa ragazza si è messa tra me e tre uomini.

Il silenzio fu totale.

— Sei stata tu… a difenderlo? — sussurrò Katarina.

— Ho difeso una persona, — rispose Elisa. — Solo una persona.

Katarina espirò profondamente.

— Mi sbagliavo. Guardavo alle origini, quando avrei dovuto guardare al cuore.

Le prese la mano.

— Perdonami.

Elisa annuì.

Mark le osservava e capì: tutto, finalmente, era andato al suo posto.

A volte proprio quella che viene chiamata “una raccattata” è la persona che tiene in piedi il mondo quando comincia a crollare.