— L’appartamento e la macchina li intestiamo a mamma, disse Lorenzo senza guardare Giulia.

Per un istante tutto le si oscurò davanti agli occhi.
— Lorenzo, finalmente! — sospirò Maria con sollievo. — Te l’avevo detto che era la cosa giusta. Non si sa mai… se poi divorziate, i beni potrebbero finire chissà dove.

Giulia rimase immobile con le chiavi strette in mano.
Ecco come stanno davvero le cose.
Non “se”, ma quando.
Non “per sicurezza”, ma in anticipo.

Nella cucina del suo appartamento in affitto erano seduti lì, entrambi — tranquilli, sicuri di sé, come padroni di casa. Sul tavolo c’erano dei dolci, il termos di Maria, le sedie già spostate.
Per Giulia non c’era posto.

Entrò lentamente in cucina. Ogni passo le martellava le tempie.

— Ciao — disse. — Disturbo?

*

— Ma figurati, — rispose Maria con un sorriso troppo largo. — Ti stavamo proprio aspettando.

Ti stavamo aspettando.
Quelle parole suonarono come una sentenza.

— Abbiamo deciso di non rimandare, — continuò Maria accomodandosi meglio. — Mentre eri al lavoro, Lorenzo ha fatto tutti i conti. Molto comodo. Tu sei sempre così precisa, hai tutto segnato.

Giulia guardò il marito.

— Che cosa significa?

— Giulia, non cominciare, — disse Lorenzo passandosi una mano sul viso. — Sono solo numeri. Fatti.

— Quali fatti?

— Quanto hai risparmiato. Quanto puoi ancora mettere. Abbiamo rifatto il bilancio.

— Abbiamo?

— La famiglia, — annuì Maria.

Un freddo lento le scese dentro.

— E quando pensavate di dirmelo?

— Adesso, — rispose Maria con calma. — Non ti nascondiamo nulla.

Giulia appoggiò le mani sul tavolo.

*

— Ripetetelo. Piano.

— L’appartamento sarà intestato a mamma. Anche la macchina, — disse Lorenzo. — È più sicuro.
— E i tuoi soldi… sono un contributo al nostro futuro comune.

— Il futuro di chi? — chiese Giulia a bassa voce.

— Il nostro.

— No, — scosse la testa. — Il vostro.

Maria si sporse in avanti.

— Giulia, tu non perdi nulla. Tanto non hai niente di tuo.

La frase fu detta con naturalezza.
Come una semplice constatazione.

— Ripeti.

— L’appartamento è in affitto, la macchina non è a tuo nome, i risparmi fatti durante il matrimonio sono comuni. Bisogna proteggerli.

— Proteggerli da chi? — Giulia guardò Lorenzo.

Lui distolse lo sguardo.

— Dalla vita.

Calò il silenzio.

*

— Quindi, — disse Giulia lentamente, — per quattro anni ho risparmiato, lavorato, rinunciato a tutto…
— Per poi dare i miei soldi a tua madre e vivere senza alcun diritto?

— Smettila di fare scenate, — sbottò Lorenzo.

— E voi chiamate questo essere previdenti?

— L’ho sempre detto, — intervenne Maria, — non bisogna mai intestare tutto a una donna. Oggi moglie, domani un’estranea.

Lorenzo tacque.

E quel silenzio disse tutto.

Giulia si tolse la fede e la posò sul tavolo. Il rumore fu appena percettibile.

— Che stai facendo? — chiese Lorenzo.

— Sto fissando un momento, — rispose con calma. — Il momento in cui ho smesso di essere una moglie e sono diventata una risorsa.

— E tanto per essere chiari, — aggiunse Lorenzo con voce fredda, — i soldi dal tuo conto li abbiamo già trasferiti.
— Temporaneamente. Per evitare che tu faccia sciocchezze sull’onda delle emozioni.

Giulia rimase immobile.

— Che cosa hai detto?

Maria abbassò lo sguardo.

— L’ho chiesto io, — mormorò. — È più sicuro così.

*

Giulia li guardò e capì una cosa sola:
era già stata derubata.
Con calma. In famiglia. Sotto la maschera della premura.

— Ho capito, — disse.

Prese la borsa e uscì.

Fuori, Giulia tremava — non per il freddo.
Per la rabbia. Fredda. Lucida.

La prima telefonata fu alla banca.
La seconda — a un avvocato.

Dopo poche ore lo sapeva: i soldi sarebbero tornati.

Quando rientrò nell’appartamento, Lorenzo e Maria erano in cucina.

— Non preoccupatevi, — disse Giulia con calma. — Sono solo di passaggio.

Posò il telefono sul tavolo.

— Il bonifico è stato riconosciuto come illegale. Domani parte la procedura di restituzione.
— E subito dopo, la denuncia.

*

— Sei impazzita?! — gridò Lorenzo alzandosi di scatto.

— No. Finalmente ho capito tutto.

Posò una cartellina accanto al telefono.

— Qui c’è la richiesta di divorzio. Non ti chiedo nulla.
— Tranne una cosa: non decidete mai più su ciò che non vi appartiene.

Uscì.

I soldi tornarono dopo sette settimane.
Senza scuse. Senza spiegazioni.

Qualche giorno dopo Lorenzo chiamò.

— Giulia… mamma dice che l’hai fatto apposta…

— Adesso stai parlando tu o lei? — chiese Giulia con calma.

Silenzio.

— Ecco perché non siamo più una famiglia.

Chiuse la chiamata.

Non richiamò più.

*

Maria urlò in banca.
Pretese.
Accusò.

Ma i soldi lasciarono comunque il suo conto.

Il divorzio fu rapido.

Giulia affittò un piccolo monolocale luminoso. Comprò un letto su cui nessuno si sedeva senza invito. Appese tende scelte da lei — non “pratiche”, ma quelle che le piacevano davvero.

Al mattino beveva il caffè vicino alla finestra.
Senza termos.
Senza “decisioni giuste”.
Senza mani estranee nella sua vita.

E un giorno capì:

non aveva perso nulla.
Aveva solo smesso di essere comoda —
ed era diventata libera.