— Sono i tuoi ospiti, quindi sei tu a pulire dopo di loro! — disse Eliza, sbattendo la porta così forte che il lampadario tremò.

— Eliza, aspetta, parliamone! — gridò Marc, ma in risposta sentì solo il rumore sordo della porta d’ingresso che si chiudeva.

Rimase solo, in piedi in mezzo al soggiorno.
Ed Eliza… Eliza se n’era andata. Aveva afferrato la borsa, lanciato poche frasi secche ed era andata dalla sorella per il fine settimana.

Marc si lasciò cadere sul divano, sentendo l’irritazione ribollire dentro di sé. Ma cosa era successo di così grave? La festa era riuscita. Tutti si erano divertiti, avevano riso, cantato fino a mezzanotte. Non avevano forse risparmiato per anni proprio per quell’appartamento nel centro di Lione? Per invitare gli amici, godersi la vita?

Eppure le sue parole — taglienti come uno schiaffo — non gli uscivano dalla testa:
«Sono i tuoi ospiti, quindi sei tu a pulire dopo di loro».

*

Eliza e Marc erano sposati da sette anni. Lei era maestra di scuola primaria. Lui ingegnere in un’impresa edile. Il loro percorso era stato classico e faticoso: prima un piccolo monolocale in affitto, poi anni di risparmi, un mutuo — fino ad arrivare a quell’appartamento spazioso, luminoso, con un balcone affacciato sul fiume. Per Eliza quella casa era una fortezza. Il loro spazio. Il loro “noi”.

Ma dopo il trasloco, tutto iniziò a cambiare.

Marc amava la gente. Il rumore, le conversazioni, le risate. Ogni fine settimana l’appartamento si riempiva di amici, colleghi, parenti lontani. All’inizio Eliza non protestava. Cucina­va, sorrideva, partecipava alle conversazioni. Con il tempo, però, gli ospiti aumentavano e le sue energie diminuivano.

— Marc, e se questo fine settimana non invitassimo nessuno? — gli chiese una volta.

— Dai, Eliza, — liquidò la cosa lui. — Solo per un paio d’ore.

L’ultima festa fu il punto di rottura.

Marc invitò gli amici, il cugino Julien con i bambini e anche alcuni vicini “per fare atmosfera”. Eliza si preparò per tre giorni. E durante la notte i bambini disegnarono con i pennarelli sui muri, qualcuno rovesciò della cola sul tappeto e il vicino Thomas organizzò un karaoke all’una di notte.

Al mattino Eliza guardò il soggiorno devastato — e qualcosa dentro di lei si spezzò.

— Non ce la faccio più, — disse. — Questa non è una casa. È una stazione.

— Esageri, — provò a sorridere Marc. — È stata solo una festa.

— Solo una festa? — la voce le tremò. — Ci ho messo tre giorni a preparare tutto. E tu nemmeno ti accorgi di quanto faccio.

*

— Ma anch’io do una mano…

— E chi pulirà? — lo interruppe. — Come sempre, io?

Lui tacque.

Eliza andò a preparare la borsa.

— Vado da mia sorella. Torno domenica.
E tu… sono i tuoi ospiti — pulisci tu dopo di loro.

Marc rimase solo — con i piatti sporchi, le macchie sul tappeto e pensieri che non poteva più ignorare.

Pulì per tutto il giorno. Per la prima volta — da solo. E solo la sera capì quanta energia servisse davvero.

La domenica lei tornò. Parlarono. Lui si scusò. Promise. Disse di aver capito.

Passò una settimana tranquilla. Poi un’altra. Sembrava che la vita stesse tornando alla normalità.

E poi — un venerdì sera.

Il campanello suonò troppo bruscamente.

*

Eliza rimase immobile, con le pantofole in mano.

Aspetti qualcuno? — chiese.

— No… — Marc aggrottò la fronte.

Aprì la porta.

Sulla soglia c’era Leo. Dietro di lui — Julien. Con delle bottiglie. Con dei sorrisi.

— Eliza! Passavamo di qui! — disse allegramente Leo.

Marc uscì dalla cucina.

Eliza lo guardò.

E in quel momento fu chiaro:
ora avrebbe fatto una scelta.

— Ragazzi, — disse Marc lentamente, — ve l’ho già detto. Non si viene senza avvisare.

— Dai, — sbuffò Leo. — Siamo come una famiglia.

*

Eliza rimase in silenzio. Non aveva più intenzione di spiegare nulla. Si limitava a guardare Marc.

Il silenzio si allungò.

No, — disse lui.

— Come “no”? — si stupì Julien.

— Non entrate. Non oggi. Io ed Eliza avevamo programmato una serata solo per noi.

— Sul serio? — rise Leo. — Sotto il comando di tua moglie?

Marc lo guardò con calma.

— No. Finalmente sono a casa mia.

Chiuse la porta.

Un silenzio profondo calò nell’appartamento.

L’hai fatto davvero? — chiese Eliza.

— Sì, — rispose. — E per la prima volta non me ne vergogno.

*

Si sedettero al tavolo.

— Avevo paura che tutto ricominciasse, — disse lei. — Che scegliessi di nuovo l’abitudine invece di me.

— Ho vissuto troppo a lungo come se tu dovessi semplicemente sopportare, — rispose lui a bassa voce. — Non voglio più farlo.

Sei mesi dopo, la loro casa restava un luogo di incontri — ma con delle regole. Con il consenso. Con rispetto.

A volte c’erano ospiti. A volte no.
A volte bevevano semplicemente il tè in due.

Eliza non si sentiva più invisibile.

Perché nella sua casa c’erano finalmente dei confini.
E un uomo che li rispettava.

Ed è proprio da quel momento che la loro vita è diventata davvero condivisa.