Come avete osato partire senza dire neanche una parola?!  — urlava Giuseppina, con mezzo parentado radunato davanti allo chalet in cui alloggiavamo.

Elina si immobilizzò.
I bambini sbirciavano dalla finestra — Lili stringeva il suo orsetto di peluche, Gabriel aveva le mani chiuse in pugni.
Oscar fece un passo avanti, più pallido che mai.

E Giuseppina avanzava già verso di loro — nel suo trench beige, circondata dalla parentela come un generale con il proprio esercito.

Vi abbiamo aspettati davanti al vostro appartamento! — strillò ancora. — Telefoni spenti! Nessuno risponde! Avete deciso di SCAPPARE dalla famiglia?!

*

— Volevamo solo riposarci qualche giorno — disse Elina, anche se le mani le tremavano. — Niente di più.

— Mi hai RUBATO mio figlio! — urlò Giuseppina. — E ti sei portata via i miei nipoti chissà dove! SENZA il permesso della famiglia!

Permesso? — Elina inarcò un sopracciglio. — Siamo adulti, Giuseppina.

— Nella mia famiglia, no! — esplose la suocera. — Da noi tutto si decide insieme! E tu, — puntò il dito verso Elina, — fai SEMPRE tutto alle nostre spalle! Manipoli Oscar! Lo poni contro di noi!

Oscar serrò la mascella.

— Mamma, basta…

— No! — ringhiò Giuseppina, avvicinandosi ancora, quasi faccia a faccia con Elina. — Ho detto: adesso basta…

Proprio in quell’istante la porta dello chalet si aprì, e i bambini comparvero sulla soglia.

*

Lili sussurrò, tremante:

— Papà… la nonna grida…

Giuseppina si voltò di scatto verso la bambina — con un’espressione così dura che Elina sentì un brivido correre lungo la schiena.

— I bambini devono OBBEDIRE agli adulti! — urlò. — E tua madre…

Alzò la mano — come per afferrare Lili per il braccio.

Elina si mosse immediatamente, proteggendo i figli con il proprio corpo.

Non osare. — La sua voce tagliò l’aria come una lama.

Giuseppina si fermò, ma la mano rimase alzata.

Elina capì che qualcosa stava per spezzarsi definitivamente.

Oscar era sospeso tra due mondi — quello vecchio e quello che stava cercando di costruire.

Doveva scegliere.

*

Aprì la bocca per parlare…

E proprio allora —

Adesso basta! — la voce di Oscar squarciò l’aria come un colpo secco.

Tutti si immobilizzarono.
Persino il vento tra gli alberi sembrò zittirsi.

Oscar fece un passo avanti, mettendosi davanti a Elina, mentre i bambini si nascondevano dietro di loro.

— Mamma — disse, calmo ma fermo — non hai il diritto di parlare così. E soprattutto non hai il diritto di alzare la mano sui nostri figli.

Il volto di Giuseppina perse colore.

— Io… volevo solo…

— Volevi controllare tutti, come sempre — la interruppe lui. — Ma è finita. Questa non è casa tua. Questa è la nostra vacanza. La nostra famiglia. Le nostre regole.

Giuseppina fece un passo indietro, come colpita.

— Quindi… sei dalla sua parte? — sussurrò, indicando Elina.

*

Oscar scosse la testa.

— Sono dalla mia. E da quella dei miei figli.

Un silenzio pesante calò su tutti.

Giuseppina provò ad aprire la portiera della macchina, ma le mani le tremavano.
Le chiavi le caddero a terra.
Suo cognato corse ad aiutarla.
Nessuno osò parlare.

Pochi minuti dopo, il grande SUV bianco lasciò il parcheggio del centro vacanze, sparendo tra gli alberi e lasciando dietro di sé solo odore di diesel… e un vuoto quasi irreale.

Elina rimase immobile.
Oscar si voltò verso di lei.

— Mi dispiace — disse piano. — Avrei dovuto mettere dei confini molto tempo fa.

Elina sfiorò la sua mano.

— L’importante è che tu l’abbia fatto oggi.

 *

La giornata trascorse stranamente calma, anche se l’aria era ancora carica dell’esplosione che avevano appena vissuto.
La sera, mentre i bambini dormivano profondamente, Elina si sedette sul portico, guardando il lago scuro.
Era tanto che non sentiva una pace simile.

Oscar la raggiunse.

— Ho capito una cosa — disse. — Ho sempre vissuto tra due donne. Tra te e mamma. E credevo che fosse normale.
Che potessi stare da entrambe le parti.

— E ora? — domandò Elina.

— Ora voglio stare dalla parte giusta. Con te. Con loro.

Lei appoggiò la testa sulla sua spalla.
E questa volta, fu semplice. Leggero.

 *

Qualche giorno dopo, tornati a casa, l’appartamento era immerso in un silenzio nuovo.
Nessuno telefonava ogni cinque minuti.
Nessuno entrava senza bussare.

E una mattina, mentre Elina preparava dei pancake per i bambini, Oscar l’abbracciò da dietro.

— Sai… — disse piano. — Vorrei che questo viaggio fosse l’inizio di qualcosa di nuovo. Qualcosa di nostro.

Elina sorrise.

— Allora ricominciamo.

E ricominciarono.

Senza ordini dall’esterno.
Senza “si deve”.
Senza mani estranee a dirigere le loro vite.

Solo loro.
E due bambini che finalmente crescevano in una casa dove nessuno urlava.