— No, Marco! Tua figlia del primo matrimonio non vivrà nel MIO appartamento! — tagliò corto Giulia, quando il marito tornò ancora una volta a parlare del trasloco, come se sperasse che alla decima volta la sua determinazione si dissolvesse all’improvviso.

Il telefono vibrò sul tavolo per la terza volta negli ultimi cinque minuti. Giulia non guardò nemmeno lo schermo — sapeva benissimo chi stava chiamando. Maria Grazia non si arrendeva mai dopo il primo squillo. Per lei l’insistenza non era un difetto, ma uno stile di vita.

Giulia rispose.

— Giulia, tesoro, dove sei? — la voce di Maria Grazia era eccessivamente dolce, colava come uno sciroppo zuccherino direttamente nel telefono. — Io e Lorenzo ti aspettiamo dal notaio già da mezz’ora! Ti ricordi che oggi firmiamo i documenti per l’appartamento?

Giulia espirò lentamente. Certo che se lo ricordava. Come dimenticare il giorno in cui qualcuno cerca metodicamente di toglierti il tetto sopra la testa, mascherando tutto con la “cura” e i “valori della famiglia”?

— Maria Grazia, te l’ho detto ieri. Non verrò.

Una pausa. Breve, ma eloquente. In quel silenzio c’erano irritazione, risentimento e freddo calcolo. Quando Maria Grazia parlò di nuovo, la sua voce era cambiata: la dolcezza era sparita, lasciando spazio al metallo.

*

— Giulia, non essere sciocca. È per il vostro bene! L’appartamento passerà a Lorenzo, mio figlio, e vivrete tutti insieme. Una grande famiglia. Dov’è il problema?

— Il problema è che questo è IL MIO appartamento — rispose Giulia con calma, quasi senza alzare la voce, ma con una fermezza assoluta. — Me l’hanno lasciato i miei genitori. E non ho alcuna intenzione di intestarlo a nessuno. Né oggi, né domani, né “per il bene della famiglia”.

Riattaccò senza aspettare risposta. Il cuore batteva più veloce, ma nella mente c’era una chiarezza sorprendente. Lo sapeva: se avesse ceduto ora, dopo non le sarebbe rimasto più nulla.

E tutto era cominciato tre mesi prima.

Lorenzo era tornato a casa dopo l’ennesima visita da sua madre e si era lasciato cadere sul divano in silenzio. Era evidente che volesse dire qualcosa, ma non riusciva a decidersi. Si agitava, accendeva e spegneva la televisione, scorreva il telefono senza senso, come se stesse cercando le parole giuste.

— Volevi dirmi qualcosa? — chiese Giulia entrando nella stanza con una tazza di tè.

— Sì… ha chiamato mamma, — disse stringendosi nelle spalle, evitando il suo sguardo. — È preoccupata per noi.

— Che premura commovente, — rispose Giulia con freddezza.

— Dice che dovremmo tutelarci. Per sicurezza.

Giulia sentì qualcosa irrigidirsi dentro di sé. Sapeva fin troppo bene che quando Maria Grazia cominciava a “preoccuparsi”, non ne veniva mai fuori nulla di buono.

— Tutelarci da cosa?

Lorenzo finalmente la guardò. Nei suoi occhi si mescolavano senso di colpa e ostinazione, come se nemmeno lui sapesse davvero da che parte stare.

— Non si sa mai cosa può succedere nella vita. I divorzi, per esempio. Mamma dice che è meglio sistemare tutto per bene fin da subito. Così poi non ci saranno problemi.

*

— Sistemare cosa, esattamente?

— L’appartamento. Intestarlo a me. Siamo marito e moglie, che differenza fa? Almeno dal punto di vista legale sarà tutto in ordine.

La tazza tintinnò piano sul piano del tavolo. Le mani di Giulia quasi non tremavano, ma dentro di lei saliva un’ondata gelida. In quel momento capì chiaramente: non si trattava di documenti né di “ordine”.

Si trattava di confini.

E se non li avesse difesi adesso, in futuro si sarebbero aspettati da lei solo obbedienza…

Giulia non alzò la voce. Era questa la sua forza: non urlava dove altri cadevano nell’isteria.

— “In ordine” per chi, Lorenzo? — chiese piano. — Per te? Per tua madre? O per me, che dovrei rinunciare volontariamente all’unica cosa che possiedo?

Lui sospirò, passandosi le mani sul viso, come se sperasse di cancellare quella conversazione.

— Esageri. Nessuno ti sta portando via niente. È solo una formalità.

— Una formalità… — ripeté Giulia, guardandolo dritto negli occhi per la prima volta. — Una formalità strana, visto che riguarda sempre e solo i miei beni.

Lorenzo tacque. Quel silenzio diceva più di qualsiasi confessione.

Da quella sera, le discussioni si ripeterono. Con toni diversi, in momenti diversi, ma sempre con lo stesso significato. A volte iniziava parlando del futuro, altre volte attaccava direttamente, con irritazione.

— Mamma pensa che tu sia egoista.
— Mamma dice che in una famiglia normale non ci si comporta così.
— Mamma è convinta che tu non ti fidi di me.

*

Ogni volta Giulia sentiva la stessa parola: mamma, mamma, mamma. E sempre meno spesso: noi.

Poi ci fu la cena.

Maria Grazia arrivò senza avvisare, come sempre. Si tolse il cappotto e lanciò uno sguardo valutativo all’appartamento — non come un’ospite, ma come una futura proprietaria.

— Ebbene, — disse sedendosi a tavola, — visto che non sei venuta dal notaio, abbiamo dovuto rimandare l’incontro. Ma è solo una questione di tempo.

— Non ho chiesto io di rimandare nulla, — rispose Giulia con calma.

— Perché sei testarda, — tagliò corto Maria Grazia. — E non pensi alla famiglia. Lorenzo ha una figlia. Una bambina. Ha bisogno di stabilità.

— Sua nipote ha una madre e un padre, — rispose Giulia. — E una sua stanza a casa della madre.

— È una situazione temporanea. Ma l’appartamento deve essere sistemato come si deve.

In quel momento, dentro Giulia qualcosa scattò definitivamente.

— Ascoltatemi bene. Il mio appartamento non verrà intestato né a Lorenzo, né a lei, né “alla famiglia”. E sua nipote non vivrà qui senza il mio consenso.

— Stai distruggendo la famiglia! — gridò Maria Grazia.

— No, — disse Giulia voltandosi verso il marito. — La famiglia la distrugge chi cerca di appropriarsi di ciò che non gli appartiene, nascondendosi dietro la parola “cura”.

*

— Basta! — esplose Lorenzo. — Mi stai mettendo davanti a una scelta!

— No. Ho semplicemente smesso di fingere che non esistesse.

Il giorno dopo Giulia andò da un avvocato. Il suo. I documenti erano in regola. L’appartamento era solo suo.

La sera, Lorenzo fece le valigie.

— Starò da mia madre. Dobbiamo riflettere.

— Tu sì. Io no.

Una settimana dopo tornò con delle scuse. Giulia lo ascoltò — e non ci credette più.

Il divorzio fu rapido. Senza divisione dei beni. Senza scene.

Un mese dopo Giulia ridipinse le pareti, cambiò le tende e per la prima volta dopo tanto tempo sentì il silenzio — non vuoto, ma sereno.

Capì una cosa fondamentale:
non aveva difeso solo un appartamento.
Aveva difeso sé stessa.