— Non ti ho mai dato il permesso di impegnare i miei gioielli d’oro al banco dei pegni solo perché tu potessi rifarti con le scommesse, Marco! Era un regalo di mia nonna…

— Non hai visto i miei orecchini con i rubini? Quelli vecchi, di mia nonna? — la voce di Chiara risuonò di una calma inquietante, tagliando il silenzio pesante della camera da letto. Era in piedi, di spalle al marito, immobile davanti al comò aperto, come davanti a una reliquia appena profanata.

*

Marco, sdraiato sul letto con il telefono in mano, sobbalzò, ma non sollevò lo sguardo dallo schermo. Il suo pollice scorreva nervosamente le notizie, anche se il senso dei titoli non lo raggiungeva affatto. Nella stanza aleggiava l’odore della lacca per capelli e di un profumo intenso, dolciastro — Chiara lo usava solo nelle occasioni speciali. E quella lo era: la festa aziendale di fine anno di una grande società di logistica, dove lavorava come responsabile amministrativa.

— No, — borbottò lui, cercando di dare alla voce un tono indifferente. — Come potrei sapere dove sono i tuoi gioielli? Li sposti continuamente e poi ti agiti. Guarda in bagno, sulla lavatrice. O nella tasca del cappotto — l’ultima volta avevi lasciato lì un anello.

Chiara si voltò lentamente. Indossava un abito da sera rigoroso, di un blu profondo, che in quel momento sembrava una vera armatura. Non si mosse verso il bagno. Il suo sguardo era fisso sulla nuca del marito — aveva notato la tensione del suo collo e l’innaturale immobilità della gamba che di solito muoveva in modo automatico.

— Non lascio mai i gioielli di famiglia sulla lavatrice, Marco. Lo sai benissimo.

Prese dal comodino una pesante scatola di legno, foderata all’interno di velluto ormai scolorito dal tempo. Fece scattare la chiusura, mostrando il vuoto. Il rumore fu secco, tagliente, come uno sparo. Negli scomparti dove per anni erano stati custoditi grandi orecchini con pietre importanti, anelli d’oro e una pesante catena a intreccio complesso, ora non c’era più nulla. Tutto ciò che aveva valore era scomparso. Erano rimasti solo bigiotteria economica e un paio di piccoli orecchini d’argento comprati tempo prima ai saldi.

*

— È vuota, — disse con calma, avvicinandosi. — Marco, posa il telefono. Nella scatola non c’è più nulla.

Il marito alla fine si sedette. Si passò le mani sul viso, fingendo stanchezza e fastidio per quelle che, a suo avviso, erano preoccupazioni inutili. Il suo sguardo vagava, evitando quello freddo e attento di lei.

— E cosa vorresti sentirti dire da me? — sbottò all’improvviso, alzandosi e iniziando a camminare nervosamente per la stanza. — Che ne so… magari ci hanno derubati? Non ci hai pensato? Prima delle feste succede spesso. Entrano, prendono quello che vogliono e se ne vanno. E tu mi guardi come se fossi il tuo nemico.

— Derubati? — Chiara sollevò appena un sopracciglio, il volto immobile. — Verifichiamolo. La porta d’ingresso è intatta. Nessun segno di effrazione. Le finestre sono chiuse, ottavo piano. Ma c’è un altro dettaglio.

Fece un passo verso di lui, costringendo Marco a indietreggiare fino alla finestra.

— Nell’ingresso, nel mobiletto, c’è una busta con i soldi per le pulizie. In bella vista. In cucina c’è la tua costosa macchina del caffè. In soggiorno, un portatile e un tablet. Eppure i “ladri” sono andati dritti in camera, hanno aperto il cassetto giusto, preso l’oro e richiuso con cura la scatola. Molto selettivi. Molto precisi.

Marco sentì il sudore freddo scendergli lungo la schiena.

— Come posso sapere io cosa pensavano?! — gridò. — Forse volevano solo l’oro! Chiama la polizia, se vuoi! Io non ho niente da nascondere!

Chiara si avvicinò ancora.

— Sei sicuro di voler chiamare la polizia? — chiese piano. — Subito? Verranno, prenderanno le impronte dalla scatola…

*

Fece una pausa.
Lunga.

— E di chi saranno quelle che troveranno dentro, Marco?..

Non rispose. Per la prima volta dall’inizio della conversazione, Marco tacque davvero — senza rabbia, senza giustificazioni. Guardava fuori dalla finestra, come se sperasse di trovare una via d’uscita oltre il vetro.

— Avevo bisogno di soldi, — disse infine con voce spenta. — Pensavo di restituire tutto. Rifarmi e restituire.

— Quasi? — chiese con calma Chiara.

Lui serrò le labbra.

— Non volevo coinvolgerti… Non avresti capito.

— Non avrei capito il furto? — la sua voce divenne gelida. — O la dipendenza?

Marco trasalì.

— Ho trovato la ricevuta del banco dei pegni, — continuò lei. — Nella tua giacca. Ti nascondi male.

Marco impallidì.

— Quanto ti hanno dato? — chiese lei.

— Poco… — sussurrò.

*

Chiara annuì. In quel momento tutto si sistemò definitivamente dentro di lei — senza urla, senza isteria. Solo chiarezza.

Prese una cartellina dall’armadio e la posò sul tavolo.

— Qui c’è la richiesta di divorzio. E l’importo che dovrai restituire. Per intero.

— Non puoi finire tutto così… — la sua voce si spezzò. — Per un solo errore?

— Non è stato un errore, — rispose lei. — È stata una tua scelta. E ora è la mia.

Fuori, la neve cadeva lentamente. Nella stanza regnava il silenzio — non vuoto, ma definitivo.

Chiara prese la borsa, indossò il cappotto e, senza voltarsi, disse:

— Vado alla festa aziendale. E tu decidi come restituirai ciò che hai preso.
E non chiamarlo mai più “solo cose”.

La porta si chiuse piano.
E Marco rimase solo — con una scatola vuota, dei debiti e la consapevolezza che ciò che aveva perso di più prezioso lo aveva perso molto prima del banco dei pegni.