— Dove sono i soldi del nostro conto?! Li avevo promessi a mia madre! Li hai rubati!
Anna se ne accorse davvero per la prima volta sei mesi dopo il matrimonio. Prima di allora tutto sembrava dissolversi nella quotidianità, nei compromessi, nell’abitudine a cedere. In quel momento la situazione appariva quasi insignificante, quasi casuale — Marco tornò a casa cupo, assorto nei suoi pensieri, parlò a malapena per tutta la sera e poi, all’improvviso, come se nulla fosse, disse:
*
— A mia madre servono diecimila euro. Per le medicine.
— Di nuovo? — Anna alzò lo sguardo sorpresa. — Ma solo due settimane fa abbiamo già fatto un bonifico.
— E allora? — Marco si rabbuiò immediatamente. — È mia madre. Ha dedicato tutta la sua vita a me, e adesso dovrei mettermi a contare ogni centesimo?
Anna non rispose. Diecimila euro non erano una cifra tale da giustificare una lite. E poi il momento non era dei migliori. Eppure qualcosa dentro di lei si contrasse in modo sgradevole. Non era una questione di soldi — non lo era affatto — ma del tono di Marco. Un tono irritato, accusatorio, come se lei fosse già automaticamente dalla parte opposta, come se fosse per principio contraria ad aiutare sua madre.
Col tempo, le richieste diventarono regolari. Prima per le medicine. Poi per una riparazione urgente nell’appartamento. Poi ancora per un televisore nuovo:
— Quello vecchio è troppo piccolo, non ci vedo bene — si lamentava la signora Maria Rossi.
Ogni volta chiamava il figlio con la voce spezzata, quasi in lacrime, raccontando quanto fosse difficile per lei stare da sola, di come tutta la pensione se ne andasse nelle bollette, di come l’ansia le facesse salire la pressione e le girasse la testa.
— Marco, lo sai, non ti chiederei nulla se non fosse davvero necessario… — si lamentava al telefono.
*
In quei momenti Marco restava immobile in mezzo alla stanza, con il volto teso e i pugni serrati, come se fosse schiacciato da un peso invisibile. Anna lo vedeva — e ogni volta si sentiva di troppo in quel legame “madre — figlio”.
Provò a parlare con il marito. Con cautela. Con estrema cautela, scegliendo le parole per non ferirlo, per non provocare l’ennesimo scatto d’ira.
— Marco, forse dovremmo semplicemente guardare quanto denaro è andato a tua madre negli ultimi mesi — iniziò con dolcezza. — Non per fare rimproveri. Solo per capire il nostro bilancio.
— Che fai, tieni i conti? — la guardò come se avesse detto qualcosa di sconveniente.
— No, non è questo — si affrettò a spiegare Anna. — Stiamo progettando di comprare una macchina. E se ogni mese se ne vanno venti o trentamila euro, allora…
— Allora cosa? — la sua voce divenne subito tagliente. — Proponi di rinunciare a mia madre? Di dirle: “Scusa, mamma, ma per noi è più importante mettere da parte i soldi per l’auto”?
— Non è affatto quello che intendevo — Anna sentì salire dentro di sé un rancore caldo e pungente allo stesso tempo. — Propongo di parlarne insieme. Di stabilire una cifra. Magari aiutarla a organizzare le spese, informarsi su eventuali agevolazioni…
— A mia madre non servono agevolazioni — la interruppe Marco con durezza. — Ha lavorato tutta la vita e mi ha cresciuto da sola, dopo che mio padre se n’è andato. Le devo tutto. Tutto. E se a te questo non va bene, allora…
Non concluse la frase.
Ma quel silenzio pesò più di qualunque parola.
*
Non concluse — e Anna lo sentì con tutto il corpo. Nella stanza calò un silenzio denso, opprimente, come prima di un temporale. Guardò il marito e capì all’improvviso con chiarezza: non si trattava più di soldi. Né tantomeno di sua madre. Si trattava del posto di Anna in quella famiglia.
— Finisci la frase — disse con calma, anche se dentro tutto tremava. — Se a me non va bene, allora cosa?
Marco si voltò, fece qualche passo per la stanza, si passò nervosamente una mano tra i capelli.
— Niente — borbottò. — Devi solo capire.
— Capisco — annuì Anna. — Capisco che tua madre sarà sempre al primo posto. Solo che non ero sicura di restare almeno al secondo.
Si fermò di colpo.
— Stai di nuovo ribaltando tutto.
— No, Marco. Sto solo chiamando le cose con il loro nome.
Da quella sera, parlare di soldi diventò un tabù. Marco continuava a fare bonifici a sua madre — a volte avvisando, a volte a cose fatte. Anna notava gli addebiti, restava in silenzio, convincendosi che fosse tutto sotto controllo. Che fosse temporaneo. Che poi sarebbe stato più facile.
Ma non lo diventò.
Una sera Marco tornò a casa furioso, gettò la giacca su una sedia appena entrato e chiese bruscamente:
— Dove sono i soldi del nostro conto?!
*
Anna alzò lentamente lo sguardo dal portatile.
— Quali, esattamente?
— Non fare finta di niente! — alzò la voce. — Quelli lì! Li avevo promessi a mia madre! Li hai rubati!
La parola «rubati» fece più male di uno schiaffo.
— Marco — disse piano — sei serio?
— Certissimo! — agitava il telefono. — C’erano trentamila euro! E adesso non ci sono più!
Anna si alzò, si avvicinò alla cassettiera, aprì un cassetto e tirò fuori una cartellina con dei documenti.
— Non li ho rubati — disse con voce ferma. — Li ho trasferiti su un altro conto. Il mio.
— Cosa?! — impallidì. — Non avevi il diritto di farlo!
— Sì che ce l’avevo — lo guardò dritto negli occhi. — È un conto cointestato. E metà di quei soldi sono miei.
— Ti rendi conto di quello che hai fatto?! — gridò. — Mia madre aspetta! Gliel’ho promesso!
— E a me cosa hai promesso, Marco? — la voce di Anna tremò, ma non abbassò lo sguardo. — Quando ci siamo sposati? Quando parlavamo del futuro? Della macchina? Dei figli?
Lui tacque.
*
— Non sono contraria ad aiutare tua madre — continuò Anna. — Ma sono contraria a essere messa davanti al fatto compiuto. Alle accuse. E soprattutto a essere chiamata ladra.
— Complichi tutto — disse Marco con voce stanca.
— No — Anna scosse la testa. — Sei tu che hai semplificato tutto. A una sola scelta. E ogni volta scegli qualcosa che non siamo noi.
Due giorni dopo Marco fece le valigie e andò da sua madre. Lei lo accolse in lacrime, con accuse rivolte ad Anna, con racconti di donne ingrati che “portano via i figli alle madri”.
Anna rimase sola nel loro appartamento. E, con sua sorpresa, non provò dolore, ma sollievo — come se un nodo stretto da troppo tempo si fosse finalmente sciolto.
Una settimana dopo Marco tornò. Non per fare pace — per prendere il resto delle sue cose.
— Ho riflettuto su tutto — disse senza guardarla. — Devi chiedere scusa. A me. E a mia madre. Allora proveremo ad aggiustare le cose.
Anna sorrise. Con calma. Con sicurezza.
— No, Marco — rispose. — Non devo più niente. Né a te. Né a tua madre.
Chiuse la porta alle sue spalle e capì, per la prima volta dopo tanto tempo:
in quel silenzio non c’era solitudine.
C’era libertà.