— Vattene, pezzente! — urlava alle mie spalle la ricca suocera.
Non aveva la minima idea che mio padre, milionario, avesse già privato suo figlio dell’eredità…
Chiara non si è mai considerata povera — almeno non nel senso umiliante che la famiglia di suo marito attribuiva a quella parola. Non aveva una cabina armadio piena di scarpe Manolo Blahnik e non trascorreva le vacanze invernali sorseggiando cocktail sulle spiagge accecanti delle Maldive, come Sofia, la sorella di Luca. Aveva però qualcosa che le sembrava molto più prezioso del denaro — l’amore. O perlomeno quel sentimento che scambiava per amore.
*
La storia di Chiara e Luca era iniziata all’ultimo anno di università, come uscita dalle pagine di un romanzo. Lui — il beniamino del corso, alto, carismatico, erede di una grande impresa edile. Lei — una ragazza calma e intelligente, proveniente dalla piccola cittadina di San Lorenzo, arrivata nella capitale con una sola valigia e il cuore pieno di speranze.
Il suo passato era limpido e semplice, come la vista dalla finestra della casa natale. La madre era morta molto presto e a crescerla era stato il padre, Andrea Moretti, insegnante di storia alle scuole superiori. Chiara ricordava ancora quella casa silenziosa alla periferia della città, invasa dal profumo dei lillà, i vecchi libri dalle pagine ingiallite e le lunghe conversazioni serali davanti a una tazza di tè. Suo padre le aveva insegnato la cosa più importante: non dare valore al possesso, ma all’essenza.
— Tutto questo luccichio esteriore è solo polvere vuota, figlia mia, — le diceva spesso. — Ciò che conta è avere una spina dorsale solida dentro.
Chiara credeva profondamente in quelle parole e viveva seguendole. Non aveva mai chiesto nulla di superfluo a suo padre, era entrata all’università con una borsa di studio e fin dal primo anno lavorava per non diventare un peso per lui.
Quando Luca — lo scapolo più ambito dell’università — iniziò a mostrarle interesse, Chiara faticò a lungo a crederci. Non la colmava di regali costosi, ma le donava generosamente il suo tempo e la sua attenzione: le portava il caffè caldo in biblioteca, passeggiava con lei per ore nei viali innevati, ascoltava con sincero interesse i suoi racconti su San Lorenzo. Nel suo sguardo vedeva autenticità. Lui confessava di essere stanco del mondo artificiale del lusso e delle apparenze in cui era cresciuto e diceva che la sua semplicità e onestà erano per lui come una boccata d’aria fresca.
Le chiese di sposarlo durante la cerimonia di laurea, inginocchiandosi davanti a centinaia di studenti. Chiara, colma di felicità, disse “sì”, convinta che il loro amore potesse superare qualsiasi ostacolo. Non sapeva ancora che l’ostacolo di nome Margherita Rossi — la sua futura suocera — si sarebbe rivelato quasi insormontabile.
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L’incontro con la famiglia di Luca fu per Chiara una doccia gelata che spazzò via in un attimo le illusioni romantiche. Il loro appartamento nel centro storico della capitale sembrava un museo o una galleria privata: tende pesanti, mobili antichi, pareti decorate con autentici quadri di artisti famosi. Tutto parlava di status e ricchezza, e Chiara, nel suo abito semplice, si sentiva una persona proveniente da un mondo completamente diverso, molto più modesto.
La madre di Luca, Margherita Rossi — una donna alta e autoritaria, dal volto che sembrava non aver mai conosciuto un sorriso — la scrutò con fredda superiorità. Il padre, Riccardo Rossi, dirigente sempre impegnato di un grande gruppo edilizio, si limitò a un cenno del capo e tornò subito ai suoi rapporti finanziari.
— Dunque sei tu, Chiara? — chiese Margherita con tono distaccato. — Luca ha parlato di te. Vieni da… qualche cittadina di provincia?
— Da San Lorenzo, — rispose Chiara con calma e dignità.
— Ah sì… non mi dice nulla. E di cosa si occupano i tuoi genitori?
— Mio padre è insegnante di storia, ora in pensione. Mia madre è morta quando ero bambina.
Le labbra sottili di Margherita si serrarono. Nel suo sguardo Chiara lesse senza fatica la sentenza: orfana, provinciale, povera. Da quel momento quell’etichetta le rimase addosso in quella famiglia.
I primi mesi dopo il matrimonio Chiara viveva come in un dormiveglia, cercando disperatamente di soddisfare le incomprensibili pretese dei nuovi parenti. Lei e Luca si erano trasferiti in un appartamento “generosamente” messo a disposizione dai suoi genitori, il che dava a Margherita il diritto di presentarsi senza preavviso. Entrava come se fosse a casa sua, passava un dito guantato di bianco sulle superfici e pronunciava il suo verdetto:
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— Chiara, cara, che cos’è questo disordine? C’è polvere dappertutto. Capisco che nella tua campagna sia normale, ma qui, in capitale, gli standard sono diversi. Assumi una domestica e non mettere in imbarazzo la nostra famiglia.
Particolarmente umilianti erano i cosiddetti “regali”. Sofia, la sorella di Luca, le porgeva di tanto in tanto delle borse con un sorriso di scherno:
— Tieni. L’ho messo solo una volta, ma ormai è fuori moda. A te andrà bene — almeno avrai qualcosa di decente da indossare quando esci.
Un giorno Chiara non ce la fece più.
— Luca, non posso continuare così, — disse trattenendo a stento le lacrime. — Oggi tua madre ha detto che il cibo che ho cucinato è buono solo per gli animali. E lo ha detto davanti alla donna delle pulizie.
Luca sospirò pesantemente.
— Conosci mia madre. È fatta così. Resisti ancora un po’. Col tempo si calmerà.
In quell’istante qualcosa si spezzò silenziosamente dentro Chiara. Guardò suo marito e capì all’improvviso: non l’avrebbe mai difesa. Né allora. Né in futuro.
E in quel momento non sapeva ancora che presto tutto sarebbe cambiato…
Da quella sera tra loro si alzò un muro invisibile. Chiara continuava a sorridere durante le cene di famiglia e a rispondere con educazione, ma dentro di sé si raffreddava poco a poco. Rimaneva sempre più spesso al lavoro fino a tardi, condivideva sempre meno i suoi pensieri con Luca. Lui se ne accorgeva, ma come sempre preferiva non intervenire.
*
Margherita Rossi, avvertita la sua vulnerabilità, smise di trattenersi.
— Devi conoscere il tuo posto, — le disse una mattina a colazione. — Luca viene da una famiglia benestante. E tu sei qui… per una fortunata coincidenza.
— Sono qui perché mi amava, — rispose Chiara con calma.
— L’amore è un lusso per i poveri, — ribatté Margherita con un sorriso gelido.
Pochi giorni dopo il padre di Chiara la chiamò.
— Figlia mia, dobbiamo parlare. Di persona.
Si incontrarono in un piccolo caffè. Andrea rimase in silenzio a lungo, poi disse:
— Non sono esattamente l’uomo che hai sempre creduto. Molti anni fa ho venduto delle quote in un’azienda, poi ho investito… Oggi possiedo un patrimonio considerevole. Ho vissuto volutamente in modo modesto. Volevo che tu crescessi libera dal potere del denaro.
Chiara lo ascoltava, incredula.
— La maggior parte degli asset è già intestata a te, — aggiunse. — Ma a una condizione: non devi vivere sotto il controllo degli altri.
Un mese dopo Luca tornò a casa pallido.
— Mia madre pensa che dovremmo vivere separati per un po’… — mormorò. — Dice che tu ostacoli il mio futuro.
Margherita non cercò nemmeno di nascondere il suo trionfo.
— Vattene, — disse a Chiara. — Qui non sei nessuno. Pezzente.
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Chiara si raddrizzò.
— Va bene. Me ne andrò.
Fece le valigie in una sola sera. Luca non cercò di fermarla.
Passarono tre mesi.
Margherita era seduta nel suo studio quando il notaio le consegnò dei documenti. Il principale investitore del gruppo ritirava i finanziamenti. Motivo: cambio di proprietà degli asset.
La nuova proprietaria di una quota significativa risultava essere Chiara Moretti.
Lo stesso giorno Luca scoprì di essere stato definitivamente privato dell’eredità.
Chiara era in piedi vicino alla finestra della sua nuova casa — luminosa, tranquilla, acquistata non per prestigio, ma per libertà. Il telefono vibrò. Sullo schermo apparve un nome: Margherita Rossi.
Chiara non rispose.
Non era più una “povera provinciale”.
Era una donna che aveva scelto se stessa — e aveva vinto.