Mio marito mi ha regalato un asciugacapelli da 30 € per il mio anniversario, e ha “amichevolmente” pagato 400 € per la riparazione dell’auto della sua collega. Ho fatto le sue valigie e l’ho cacciato di casa
La mattina del mio quarantacinquesimo compleanno non è iniziata con il profumo dei fiori freschi né con il caffè a letto, ma con un agitato rumore in cucina e una sensazione pesante e appiccicosa di ansia che mi perseguitava da ormai sei mesi.
*
Ero sdraiata, fissando una sottile crepa sul soffitto, e cercavo di convincermi che quel giorno sarebbe stato diverso. Che mio marito, Marco, con cui avevo vissuto vent’anni, si sarebbe finalmente ricordato che non ero solo una comoda parte della routine quotidiana, ma una donna che aveva amato.
Avevamo deciso in anticipo di non organizzare una grande festa al ristorante. Marco si lamentava delle difficoltà nel lavoro, dei pagamenti in ritardo dei clienti e della necessità di “stringere la cinghia” in vista delle future vacanze.
Io, come moglie fedele e comprensiva, avevo accettato. Avevo passato due giorni ai fornelli, preparando insalate e arrosti, per risparmiare sul bilancio familiare e, soprattutto, per non aggiungere stress a mio marito.
Marco entrò in camera da letto con una piccola scatola in mano, avvolta frettolosamente in una carta regalo chiaramente comprata alla cassa di un supermercato.
— Buon compleanno, Anna! — disse allegramente, dandomi un bacio sulla guancia. — Dai, apri. Mi sono impegnato, ho scelto qualcosa che ti serve davvero. Ti lamenti sempre, no?
Mi misi a sedere, sentendo il cuore fermarsi in un’attesa ingenua.
Forse un profumo nuovo? Un buono per una spa, di cui parlavo spesso? O almeno un gioiello — non un lusso, ma un gesto.
Strappai la carta e vidi una scatola con un asciugacapelli.
Un asciugacapelli qualunque, economico, di una marca sconosciuta. Sul lato, un’etichetta di prezzo ingiallita che nessuno aveva tolto: 29,99 €.
— Il tuo vecchio aveva iniziato a fare scintille il mese scorso — spiegò Marco, notando il mio sorriso bloccato, più simile a una smorfia di dolore. — Questo è potente, ha tre modalità. Un regalo pratico. Allora? Non sei contenta?
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Inghiottii il nodo che avevo in gola.
Avevo voglia di urlare.
Di scagliare quella scatola contro il muro.
Non perché sognassi un apparecchio costoso.
Ma perché quel pezzo di plastica economica era il simbolo perfetto del suo modo di vedermi: “va bene così”, “non serve spendere”, “lei può sopportare”.
Qualche mese prima si era comprato una canna da pesca da 200 €, spiegando che “le cose di qualità durano negli anni”.
Per il mio anniversario — un giorno in cui una donna vuole sentirsi speciale — aveva stanziato 30 €, presi da un budget che aiutavo io stessa a risparmiare.
— Grazie, Marco — sussurrai. — Davvero… utile.
— Perfetto! — si rallegrò, senza accorgersi minimamente del mio stato. — Vado a farmi una doccia, tu intanto apparecchia. Gli ospiti stanno per arrivare.
La giornata passò come attraverso una fitta nebbia.
Sorridevo, accoglievo gli auguri, servivo i piatti, mentre dentro di me cresceva un vuoto nero e silenzioso.
Quando gli ospiti se ne furono andati e io, stremata fino ad avere male alla schiena, stavo lavando una montagna di piatti, il telefono di Marco, lasciato sul tavolo, emise un breve segnale.
Marco era uscito sul balcone a fumare.
Lo schermo si illuminò.
Contatto: Elisa – Lavoro Contabilità.
Il messaggio mi fece cadere la spugna dalle mani:
«Sei il mio salvatore! L’auto va come nuova! Sei un vero uomo. Baci!»
*
Inserii il codice — quattro uno.
Cronologia delle operazioni:
29,99 € — asciugacapelli.
E un bonifico effettuato un’ora prima.
400 € — a Elisa.
Aprii la conversazione.
— «Marco, sono in officina, il conto è altissimo, sono nel panico…»
— «Non agitarti. Ti faccio subito il bonifico. Restituirai quando potrai. Lo stress ti fa male.»
— «Sei meraviglioso…»
A me — un asciugacapelli.
A lei — quattrocento euro.
Un mese prima avevo chiesto dei soldi per delle sedute di massaggi per la schiena.
Lui aveva risposto: «Mettiti una pomata».
Io dovevo sopportare.
Lei no. Lei non doveva “agitarsi”.
La porta del balcone scricchiolò.
— Non hai ancora finito? — sbadigliò Marco. — Vieni a dormire.
Mi voltai lentamente, con il suo telefono in mano.
— Dormire? — chiesi piano. — No, Marco. Stanotte dormirai da un’altra parte…
*
Marco mi guardava come se stessi parlando una lingua sconosciuta.
Nei suoi occhi non c’era alcun rimorso — solo irritazione.
— Ti rendi conto di quello che stai facendo? — sbottò. — Mi butti fuori per dei soldi?
— No — risposi con calma. — Ti butto fuori per una scelta. E l’hai già fatta.
— È solo una collega! Le ho prestato dei soldi! — alzò la voce.
— E con me che rapporto hai? — chiesi. — Con la donna che ti è stata accanto per vent’anni?
Cercò di attaccare:
— Sei solo gelosa!
Sorrisi amaramente.
— Non sono gelosa di una donna. Sono gelosa della tua attenzione. Della tua generosità. Della tua voglia di essere un uomo — ma non con me.
Aprii l’armadio e presi una borsa.
Cominciai a mettere dentro le sue cose. Con calma.
— Te ne pentirai — disse. — Chi ti vorrà a quarantacinque anni?
Lo guardai dritto negli occhi.
— Ho già vissuto con qualcuno a cui non importavo. E sono sopravvissuta.
*
Quando la borsa fu pronta, la posai vicino alla porta.
— Lascia le chiavi.
Se ne andò sbattendo la porta.
Nell’appartamento calò il silenzio.
Non il vuoto — il silenzio.
Il giorno dopo aprii un conto separato.
Prenotai i massaggi.
Gettai l’asciugacapelli.
Una settimana dopo mi scrisse:
«Anna, parliamone. Ho capito tutto.»
Non risposi.
Un mese dopo mi comprai un regalo. Solo perché era bello.
Perché potevo. Perché lo volevo.
A volte ripenso a quella sera — il telefono sul tavolo, l’importo del bonifico, la parola “salvatore”.
E ogni volta capisco una cosa:
non ho salvato un matrimonio.
Ho salvato me stessa.
Ed è stato il regalo più prezioso della mia vita.